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DI GUARDIA di Luigi Pirandello | Testo

Lui si guardò bene dal dichiarare il male che accusava la cognata; ma lo dichiarò lei, Dora, poco dopo là – come se nulla fosse – a quelle signore, e volle anche aggiungere, calcando su la voce: – Temo finanche che mi prenda la febbre.
Roberto San Romé ebbe la tentazione di tirarle una spinta da mandarla a schizzar fuori della finestra. Ah, quanto gli avrebbe fatto bene al cuore, per votarselo di tutta la bile accumulata in quei tre mesi.
– Febbre? No, cara, – s’affrettò a dirle la Generalessa, proprio come se credesse al mal di capo. – Faccia sentire il polso… Agitatino, agitatino… Riposo, cara. Sarà un po’ di flussione.
E chi le consigliò questo e chi quel rimedio e che si prendesse cura a ogni modo di quel male, che non avesse a diventar più grave, povera Dora, povera cara…
Sentì finirsi lo stomaco San Romé ascoltando gli amorevoli consigli di tutte quelle ipocrite, nelle quali aveva sperato ajuto e che invece: – Ma sì, pallidina! – Ma sì, le si vede dagli occhi! – Ma certo, un po’ di riposo le farà bene! – Quanto ci duole! – Quanto ci dispiace! – Roccia Balda è lontana: non potrebbe far tanto cammino…
Baci, saluti, altre raccomandazioni e, per non far troppo tardi e perché la colazione era già partita per Roccia Balda, finalmente s’avviarono dolentissime di lasciarla, portandosi quel bravo, quel gentile San Romé che aveva avuto la felicissima idea di una gita così piacevole.
Né si fermarono lì. Attraversando, tra i prati cinti di altissimi pioppi, i primi ceppi di case, frazioni di Gori, tutte sonore d’acque correnti giù per borri e per zane, e vedendo San Romé pallido e taciturno, vollero esortarlo a gara a non apprensionirsi tanto, perché, via, in fin de’ conti era una lieve indisposizione che sarebbe presto passata. E il pover uomo dovette allora sorridere e assicurar quelle buone signore, quelle care signorine che lui non era punto in pensiero per il male della cognata e ch’era anzi lieto, lietissimo di trovarsi in così bella compagnia per tutta la giornata.
Oh, il cielo era splendido e non c’era davvero pericolo che si rovesciasse uno di quegli acquazzoni improvvisi, così frequenti in montagna, a interromper la gita; né c’era alcuna probabilità di liberarsi prima di sera, con quel bravo signor Bortolo Raspi di Sarli, che pesava a dir poco un quintale e mezzo e a piedi era voluto venire, a piedi anche lui, vantandosi d’essere un gran camminatore, lui, e già cominciava a soffiare come un biacco e a far eco alla Generalessa, che s’era portato intanto il seggio a libriccino e dichiarava d’aver bisogno di sostare di tratto in tratto, lei, per non affaticarsi troppo il cuore. Stancare no, non si stancava la Generalessa; ma certo quanto più si va in là, eh? più si va piano. Lo sapeva bene il signor Generale suo marito, rimasto a Sarli, che non andava più neanche piano, da sette anni ormai in riposo assoluto.
– Nandino! Nandino! Non ti precipitare al tuo solito, figliuolo mio. T’accaldi troppo! San Romé, prego, San Romé, venga qua: così andranno un po’ più piano quelle benedette ragazze.
E, per tenerlo con sé, gli volle narrare la sua storia, la Generalessa, come l’aveva narrata a tutti i villeggianti giù a Sarli: gli volle dare in quel momento la consolazione di sapere che suo papà aveva una bella posizione, perché guadagnava bene, suo papà; e che lei era anche marchesa, sicuro! ma che non ci teneva affatto: marchesa, perché suo papà, a diciott’anni, quand’era ancora «un tocco di ragazza da chiudere a doppia mandata in guardaroba» l’aveva dapprima sposata a un marchese, che però glien’aveva fatte vedere d’ogni colore; oh, le era toccato finanche a servirlo otto anni con la spinite. Rimasta vedova, bella (non lo diceva per vanità), aveva conosciuto il Generale, perché lei «teneva radunanze»: lui era un bel soldato: s’erano innamorati l’uno dell’altra; e, si sa, era finita come doveva finire. Nato Nandino, lei aveva saputo far le cose per bene: aveva dato il bambino a balia e aveva sposato.

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