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DI GUARDIA di Luigi Pirandello | Testo

Si ritirò nella camera attigua, sbattendo l’uscio; ci mise il paletto, e gli mandò di là un’altra bella risata.
Roberto San Romé fece istintivamente un passo, quasi per trattenerla, e rimase tutto vibrante innanzi all’uscio chiuso, con le mani alle guance, come se lei con quel riso gliel’avesse sferzato.
Fu così viva questa impressione e gli fece tale impeto dentro, ch’egli sentì a un tratto quanto fosse ridicola la parte che rappresentava da circa tre mesi, da quando cioè suo fratello Cesare era venuto a lasciar la moglie a Gori, presso la madre da un anno inferma e relegata a letto.
Aveva fatto di tutto per renderle piacevole il soggiorno in quel borgo alpestre; la aveva condotta quasi ogni mattina giù a Sarli, dov’eran più numerosi i villeggianti; aveva concertato feste, escursioni, scampagnate. Dapprima, la cognatina elegante e capricciosa s’era annojata e gliel’aveva dimostrato in tutti i modi: aveva scritto cinque, sei, sette volte al marito, ch’ella di Gori ne aveva già fin sopra gli occhi e che venisse subito subito a prenderla; ma, poiché Cesare su questo punto non s’era nemmeno curato di risponderle e, con la scusa di certi affari da sbrigare, se la spassava liberamente a Milano; per dispetto, là, s’era attaccata a quel signor Pepi che le faceva una corte scandalosa.
Ed era cominciato allora il supplizio di San Romé. Si poteva dare ufficio più ridicolo del suo? far la guardia alla cognata che, nel vederlo così vigile e sospettoso e costretto a usar prudenza, pareva glielo facesse apposta? Più d’una volta, non potendone più, era stato sul punto di piantarlesi di faccia e di gridarle: «Bada, Dora, son tomo da rompergli il grugno io, a quel tuo spasimante! E se non ne sei persuasa, te ne faccio subito la prova.»
Ma più le mostrava stizza, e più lei gli sorrideva sfacciatamente. Oh, certi sorrisi, certi sorrisi che tagliavano più d’un rasojo e gli dicevano chiaro e tondo quanto fossero buffe quelle sue premure, quella sua mutria, quella sua sorveglianza.
Col tatto, col garbo, egli si lusingava d’esser riuscito finora a impedire che lo scandalo andasse tropp’oltre e diventasse irreparabile. Ma, dato il caratterino della cognata, non era ben sicuro di non aver fatto peggio, qualche volta, con quella assidua e mal dissimulata vigilanza, di non aver cioè provocato qualche imprudenza troppo avventata. Aveva voluto farle comprendere subito che s’era accorto di tutto e che avvertiva a ogni parola, a ogni sguardo, a ogni mossa di lei, quando Pepi era là e anche quando non c’era. Lei si era allora armata di quel suo riso dispettoso, quasi accettando la sfida ch’era negli sguardi cupi e fermi di lui. Non voleva riconoscergli alcuna autorità su lei. Ed era uscita, per esempio, sola per tempissimo dal villino, costringendolo a correre come un bracco, a scovarla nel bosco dei castagni, a mezza via tra Sarli e Gori. Sola – sì – l’aveva trovata sola, sempre: ma poi, più d’una volta, gli era parso di scorgere attraverso le stecche delle persiane Pepi là a Gori, di notte, presso il villino, Pepi che villeggiava a Sarli.
Forse, fino a quel giorno, non era accaduto nulla di grave. Ma ora? Ecco qua: ad onta di tutte le sue diligenze, si vedeva come preso al laccio. Era evidente, evidentissima un’intesa tra i due, tra il Pepi e Dora. E lui non poteva trarsi indietro: l’aveva proposta lui quella gita a Roccia Balda; aveva mandato già avanti la colazione per tutti lassù. Quei signori sarebbero potuti andare più agevolmente e più presto da Sarli, ed eran venuti su a Gori apposta per prender Dora e lui. Non poteva dunque, in nessun modo, con nessuna scusa, rimandarli indietro: doveva andar con loro senza meno. E certamente in quel giorno… ah povero Cesare!
Come annunziare intanto che anche Dora, come Pepi giù a Sarli, aveva il mal di capo?
San Romé scese allo spiazzo per un ultimo tentativo: pregare le signore che inducessero loro la cognata a venire.
Lo affollarono di domande: – Perché? – Che ha? – Si sente male? Oh guarda! – Oh poverina! – Ma come? – Da quando? – Che si sente?

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