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IL VITALIZIO di Luigi Pirandello| Testo

VI

Tra fasci di vétrici, di vinchi, di vimini, lunghi come serpentelli, Maràbito passava ora la giornata a intrecciar panieri, corbelli, cofani e cesti, per consiglio delle buone vicine.
— L’ozio vi fa male. Non ci siete avvezzo. Codesto è lavoro lieve e vi servirà di passatempo.
E lui, svelto come un giovanotto. Bisognava vederlo. Col lavoro gli era tornata l’allegria.
— Quando n’avrò fatti parecchi, ogni mattina me n’andrò in giro a venderli. “Ceste, corbelli, panieri!” Voglio fare la dote ad Annicchia.
Annicchia era una bambina, orfana di padre e di madre, Che una delle vicine, la z’a Milla, s’era tolta in casa e trattava da figliuola. Le volevano bene tutti, lì nella Piazzetta di Santa Croce; e perciò quella promessa del vecchio, di farle la dote, fu accolta con gioja. Ogni mattina le vicine aiutavano Maràbito a caricarsi delle sue ceste. Caricato, egli si faceva il segno della croce e provava il bando:
— Ceste, corbelli, panieri!
Poi si voltava a domandare
— Va bene così?
— Benone! — rispondevano quelle, ridendo. — E Dio vi accompagni, zi’ Marà! E non dimenticate di passar davanti la bottega di quel galantuomo; e strillate forte allora: così la faccia gli diventerà più verde dalla bile.
Ma no, questo no, Maràbito non voleva farlo, quantunque il Maltese l’avesse trattato a quel modo, l’ultima volta. Per via Atenèa doveva passare per forza, ma quanto più al largo gli fosse possibile dalla bottega di colui, e zitto, ché quegli non l’udisse neppure da lontano. Non gli pareva giusto fargli dispetto, tanto più che lo sapeva in istato di giorno in giorno più grave, ostinato tuttavia a star lì nella bottega, a morir 1ì. Gliene rincresceva sinceramente, ma più gli rincresceva che, conoscendo i suoi sentimenti, il Maltese non lo chiamasse più come prima per parlargli della campagna.
Dacché s’era ammalato. non ne aveva quasi più notizie. Per averne, doveva aspettare che venisse su in città Grigòli di tanto in tanto. E quelli per lui erano giorni di festa. Domandava di quel tal mandorlo, di quel tale olivo e della vigna e dell’agrumeto, e non gl’importava che la terra non fosse più sua, purché facesse il suo dovere e, lasciando contento il nuovo padrone, si facesse amare da lui.
— Di me non è contento; sia almeno contento di lei! E le mule? Come stanno, le mule? stanno bene? Anche l’asinella è morta, ho saputo! Pazienza! S’è levata di patire. Le bestie, figlio mio, guardale bene negli occhi: t’accorgerai che la fatica la capiscono; la gioia, no.
E dava a Grigòli i buoni consigli ch’era solito di dare al Maltese prima della rottura.
— Bada, Grigoletto: se non cadono le prime acque, non rimandare. La pianta ti resta ferita e l’acqua le può far male. E un’altra cosa ti dico: appena piove, rompi la terra e sta’ ad aspettare che l’erba schiumi di nuovo; poi passa l’aratro, e il terreno ti verrà netto, e allora sémina. Ma dimmi… non sai dirmi nulla?
— Nulla, — rispondeva Grigòli, scrollando le spalle. — Che volete che vi dica? Ogni notte canta il gufo laggiù.
Il vecchio alzava le lunghe sopracciglia e chiudeva gli occhi, scotendo il capo.
— Segno di buon tempo! E se questa luna di settembre non ci porta acqua, siamo rovinati, Grigoletto! Tutta l’annata se n’andrà leggera. Si scorge l’isola di Pantelleria, sul tramonto, in fondo in fondo al mare?
Grigòli rispondeva di no col capo.
— Abbiamo guai! “Se si scorge Pantelleria, certo l’acqua sta per via.” Regola che non falla delle nostre campagne. Porti fichi d’India al padrone? Tieni, vèrsali qua, in questi due panieri nuovi: te li regalo io.
Se avesse saputo che il Maltese, di lì a poco, quei due panieri nuovi li avrebbe fatti saltar dalla finestra! Ma roba di colui in casa non ne voleva.
— Jettatore? Peggio! — gridava col sangue agli occhi a Grigòli. — Vedi come m’ha ridotto? Fattura della Malanotte, per ordine di lui! L’ho saputo. E se muoio – oh! – mia moglie è avvisata: in galera debbono andare, in galera tutt’e due! Assassinio premeditato. Altro che cerosi epàtica! Mi fanno ridere i medici!
E, voltandosi alla moglie, alzava una mano in segno di minaccia, come per ricordarle: “Guaj a te, se non lo fai!”.
La signora Nela, rossa come un peperone, si mordeva il labbro per non piangere in presenza del marito: sentiva spezzarsi il cuore nel vederlo ridotto in quello stato, proprio agli estremi. Credeva anche lei che la Malanotte e il Maràbito fossero cagione di quella sciagura. E quando, di lì a pochi giorni, il Maltese, pur protestando nel delirio dell’ultima febbre che non voleva morire, morì; davvero ella chiese consiglio a un avvocato, se non fosse il caso d’agire contro i due assassini.

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