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FELICITA’ di Luigi Pirandello | Testo

Con tutta quella furia, nessuna sposa più d’Elisabetta andò a legarsi conscia della gravità e della santità dell’atto. E per circa quattro mesi, con la gioja che le raggiava come un fascino da tutto il corpo trasfigurato, riuscì a legare a se amorosamente il marito, cioè fino a quando ebbe bisogno di lui. Poi si accecò nell’ebbrezza del primo segno rivelatore della sua maternità, e non vide allora più nulla; non le importò più di nulla: se egli usciva e tardava a rincasare; se non rincasava affatto; se le mancava di rispetto e la maltrattava; se le portava via e le spendeva chi sa come, chi sa dove e con chi, quelle poche lire dell’assegno, che la mamma ogni giorno veniva a lasciarle. Non voleva risentirsi di nulla, a nulla badare per non turbare affatto l’opera santa della natura, che si compiva in lei e che doveva compiersi in letizia, bevendo ella con l’anima l’azzurra purità del cielo, l’incanto di quella chiostra di monti che respiravano nell’aria accesa e palpitante come se non fossero di dura pietra, e il sole, il sole ch’entrava nelle sue stanzette come non era entrato mai, là, nei tetri saloni del palazzo paterno.
– Ma sì, mamma, non vedi? sono felice! felice! –
La carrozzella d’affitto andava quasi a passo per non scuotere troppo la gestante, e tutti si voltavano e si fermavano per via a mirare con espressione di pietà la vecchia duchessa di Rosàbia in quella vetturetta, con quella figliuola accanto così miseramente vestita, così decaduta, scacciata dal padre, maritata di nascosto, chi sa quando, chi sa con chi, più squallida che mai, deformata dalla gravidanza, e pur così ridente; oh sì, poverina, eccola là, tutta ridente sotto gli occhi della madre pieni di compassione.
E la duchessa di Rosàbia, ingannata da quella letizia, non avrebbe mai sospettato che quel vile arrivava fino al punto di lasciarle digiuna la figliuola, se un giorno, avendo fatto cenno al vetturino di arrestarsi davanti la bottega d’un dolciere per comperarle alcune paste, Elisabetta con tono scherzoso non avesse trovato modo di dirle che, invece di quelle paste, se la mamma aveva da spendere, avrebbe preferito qualche cosa di più sostanzioso, e che le avrebbe insegnato lei dove poteva darle da mangiare: lì presso alla sua casetta, in un orto, nella capanna d’una vecchia contadina che aveva tanti colombi e tante galline e le vendeva le uova ogni giorno. Fame, fame’ aveva proprio fame, lei.
– Ma tu non mangi a tavola? – le domandò la mamma, vedendo, di lì a qualche ora, la figliuola seduta a una tavola rustica davanti alla capannetta, nell’orto di quella contadina, divorare, anche con gli occhi, un galletto arrostito.
Ed Elisabetta, ridendo e senza smettere di mangiare:
– Ma sì! tanto mangio… tanto! ma non mi sazio mai, vedi? mangio per due!
Intanto, di nascosto, la vecchia contadina faceva alla duchessa certi cenni con gli occhi e col capo, che questa non capiva.
Capì qualche tempo dopo, quando, entrando nella casetta della figlia, la trovò invasa da tante guardie di questura che vi facevano una perquisizione giudiziaria. Fabrizio Pingiterra, accusato di falso e come affiliato a una banda di truffatori, era scappato, non si sapeva se in Grecia o in America.
Come la vide, Elisabetta le corse incontro quasi a ripararla, a escluderla dalla vista di quello spettacolo, e prese a dirle affollatamente:
– Niente, mamma, niente! non ti spaventare! Vedi, sono tranquilla! Ringraziamo Dio, anzi, mamma, ringraziamo Dio! – E le soggiunse piano, in un orecchio, vibrando tutta: – Così non lo vedrà! non lo conoscerà, capisci? e sarà più mio, tutto mio, tutto mio! –.
Ma l’agitazione affrettò il parto, e non senza rischio, così per lei come per il nascituro. Quando però ella si vide salva col bimbo, quando vide quella sua carne che palpitava viva, recisa da lei, carne che piangeva fuori di lei, che le cercava il seno, cieca, e il calore che le mancava; quando poté porgere al suo bimbo la mammella, godendo che entro a quel corpicino uscito or ora dal suo corpo entrasse subito quella sua tepida vena materna, sì che il pargolo potesse sentire nel calore del latte ancora il calore del grembo di lei, parve veramente che volesse impazzire dalla gioja.
E non sapeva capacitare; perché la madre, pur vedendola così, venisse di giorno in giorno a visitarla sempre più dolente e cupa. Ma perché?
La vecchia mamma alla fine glielo disse: aveva sperato che il padre, ora che la figlia era sola lì, abbandonata, si sarebbe piegato a riaccoglierla in casa: ebbene, no, non voleva.
– Per questo? – esclamò Elisabetta. – Oh povera mamma mia! Me ne duole per te; ma io piangerei, credi, se dovessi portare là, in quella tristezza, in quella oppressione, il mio bimbo, che ha tanto riso di luce, qua, vedi? tanta allegrezza!
E in mezzo alla nuda, santa semplicità della casetta, levò alto sulle braccia il suo bambino al sole che entrava festivamente, con la frescura degli orti, dai balconi spalancati.

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