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FELICITA’ di Luigi Pirandello | Testo

No no: né schifo né ribrezzo: tenere alte, ben alte questo sì – gelosamente custodite e nascoste, in vetta allo spirito, la nobiltà e la purezza dei suoi sentimenti e dei suoi pensieri, perché non s’insozzassero minimamente nel contatto indegno; ma poi, abbassarsi fino a lui, lasciar sospettare di sè le cose più vili, umiliarsi, concedersi, abbandonarsi – questo no, questo non doveva farle né schifo né ribrezzo, perché era necessario, inevitabile, per arrivare allo scopo; voleva vivere, vivere: cioè, esser madre, voleva: un figlio voleva, suo, tutto suo; e non avrebbe potuto averlo altrimenti.
Questa frenesia le era nata e divampata, dando con tutto il cuore, con tutta l’anima, tutte le cure d’una madre e fino il sonno delle sue notti a quei due nipotini andati via da un mese, ai due figliuoli della cognata che, aprendo gli occhi, avevano acceso l’alba non solamente nelle tenebre di quel palazzo, ma anche nell’anima di lei che n’era piena; un’alba d’una dolcezza e d’una freschezza inesprimibili, che l’avevano tutta rinnovellata.
Ah che fuoco e che tortura a non poterli far suoi, suoi del suo sangue e della sua carne, quei piccini, a furia di stringerli a sé e di baciarli e di renderli padroni assoluti di lei, là, coi loro roseti piedini su la sua faccia, così, sul suo seno, così.
Perché non avrebbe potuto averlo, lei, un figlio suo, veramente suo? Sarebbe impazzita dalla felicità! Avrebbe sofferto qualunque umiliazione, qualunque vergogna, anche il martirio, per la gioja d’un figlio suo!
Poteva non accorgersi di questo il giovine precettore chiamato a dare i primi tormenti dell’alfabeto a quei due bambini, là, su le ginocchia stesse della zietta, che essi non volevano lasciare neanche per un momento?
Ora, tutto stava cine egli accettasse quei patti e quelle condizioni. Niente dote, pur troppo: un semplice assegno di venti lire al giorno, e le spese per l’arredo d’una modesta casetta. Comprendeva Elisabetta che, quanto più duri quei patti, tanto più cara avrebbe pagata la sua felicità, se egli li accettava.
Attese, spasimando d’ansia, che la madre quella sera stessa glieli comunicasse. Ecco, egli era di là. Povera mamma santa, chi sa quanto doveva soffrire in quel momento! E lei? lei? Si torceva le mani, si nascondeva gli occhi, si premeva le tempie, serrava i denti, e con tutta l’anima protesa verso di lui gli gridava: – Accetta! accetta! tu non sai qual bene puoi avere da me, se accetti!” – poi tendeva l’orecchio. Ecco: se egli non accettava, la mamma sarebbe apparsa da quell’uscio come un’ombra, povera mamma, con le braccia cadute. Se accettava, invece, ah se accettava, l’avrebbero chiamata di là… Oh Dio quando? quando? ancora?
Apparve come un’ombra la vecchia mamma da quell’uscio, e di nuovo Elisabetta, guardandola, si sentì morire. Ma, come già la mattina, quella le si accostò e, posandole una mano sulla spalla, le disse ch’egli aveva accettato; solo si era lasciato prendere dalle furie per il patto di salire dalla scaletta della servitù. Ma, santo Dio, se lo scalone era chiuso per tutti! se era sempre salito di là! Basta; s’era molto sdegnato e, per non addolorarla troppo con la vista del suo… come aveva detto? già, rimescolamento, era andato via per non rimettere piede mai più, mai più nel palazzo; si sarebbero però veduti fuori, ogni giorno, per la scelta della casa e la compera degli arredi; voleva che tutto si facesse nel più breve tempo possibile.
Ma figurarsi! subito, di volo! Parve che la gioja mettesse le ali a Elisabetta; e, bella no, bella non poteva renderla; ma di quanta luce le accese gli occhi, di che dolce e mesto fascino le animò i sorrisi, di quanta timida grazia i modi, per ammantare lo sdegno di quell’uomo, per compensarlo delle offese alla sua dignità, per dimostrargli, se non proprio amore, remissione intera e riconoscenza!
La casetta fu presto trovata, fuorimano, quasi in campagna, in via Cuba, tutta fragrante di zàgare e di gelsomini; il corredo, ricco di trine di nastri di ricami, era già pronto da un pezzo; i mobili, semplici, quasi rustici, appena comperati furono messi a posto, e il matrimonio, senz’inviti e senza l’intervento del duca, quasi clandestino, poté esser concluso nel tempo più strettamente necessario per le pratiche e le formalità civili e religiose.

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