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LUMIE DI SICILIA di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

— Freddo? — gli disse, passando, il cameriere. — Poco ci vorrà, adesso. Venite qua in cucina. Starete meglio.
Micuccio non volle seguire il consiglio del cameriere che, con quell’aria da gran signore, lo sconcertava e l’indispettiva. Si rimise a sedere e a pensare, costernato. Poco dopo, una forte scampanellata lo scosse.
— Dorina, la signora! — strillò il cameriere infilandosi in fretta e in furia la marsina, mentre correva ad aprire; ma vedendo che Micuccio stava per seguirlo, s’arrestò di botto per intimargli:
— Voi state qua; prima lasciate che la avverta.
— Ohi, ohi, ohi… — si lamentò una voce insonnolita dietro la cortina; e, poco dopo, apparve un donnone tozzo, affagottato, che strascicava una gamba e non riusciva ancora a spiccicar gli occhi, con uno scialle di lana fin sopra il naso, i capelli ritinti d’oro.
Micuccio stette a mirarla allocchito. Anche colei, sorpresa, sgranò tanto d’occhi in faccia all’estraneo.
— La signora, — ripeté Micuccio.
Allora Dorina riprese d’un subito coscienza:
— Eccomi, eccomi… — disse, togliendosi e buttando dietro la cortina lo scialle e adoperandosi con tutta la pesante persona a correr verso l’entrata.
L’apparizione di quella strega ritinta, l’intimazione del cameriere diedero a un tratto a Micuccio, avvilito, un angoscioso presentimento. Sentì la voce stridula di zia Marta:
– Di là, in sala! in sala, Dorina!
E il cameriere e Dorina gli passarono davanti, reggendo magnifiche ceste di fiori. Sporse il capo a guardare, in fondo, la sala illuminata e vide tanti signori in marsina, che parlavano confusamente. La vista gli s’annebbiò: era tanto lo stupore, tanta la commozione, che non s’accorse egli stesso che gli occhi gli si erano riempiti di lagrime: li chiuse, e in quel bujo strinse tutto in sì, quasi per resistere allo strazio che gli cagionava una lunga squillante risata. Era di Teresina? Oh Dio, e perché rideva così, di là?
Un grido represso gli fece riaprir gli occhi, e si vide davanti – irriconoscibile – zia Marta, col cappello in capo, poveretta! oppressa da una ricca splendida mantiglia di velluto.
– Come! Micuccio… tu qui?
— Lia Marta… — esclamò Micuccio, quasi impaurito, restando a contemplarla.
— Come mai! — seguitò la vecchietta, sconvolta. — Senza avvertire? Che è stato? Quando sei arrivato? Giusto questa sera… Oh Dio, Dio…
— Son venuto per… — balbettò Micuccio, non sapendo più che dire.
— Aspetta! — lo interruppe zia Marta. — Come si fa? come si fa? Vedi quanta gente, figliuolo mio? È la festa di Teresina, la sua serata… Aspetta, aspetta un po’ qua…
— Se voi, — si provò a dir Micuccio, a cui l’angoscia stringeva la gola, — se voi credete che me ne debba andare…
— No, aspetta un po’, ti dico, — s’affrettò a rispondergli la buona vecchietta tutta imbarazzata.
— Io però, — riprese Micuccio, — non saprei dove andare in questo paese… a questa ora…
Zia Marta lo lasciò, facendogli con una mano inguantata segno d’attendere, ed entrò nella sala, nella quale poco dopo a Micuccio parve si aprisse una voragine: vi s’era fatto d’improvviso silenzio. Poi Udì, chiare, distinte, queste parole di Teresina:
— Un momento, signori.
E di nuovo la vista gli s’annebbiò, nell’attesa ch’ella comparisse. Ma Teresina non comparve, e la conversazione fu ripresa nella sala. Tornò invece, dopo pochi minuti che a lui parvero eterni, zia Marta senza cappello, senza mantiglia, senza guanti, meno imbarazzata.
— Aspettiamo un po’ qua, sei contento? — gli disse. — io starò con te… Adesso si fa cena… Noi ce ne staremo qua. Dorina ci apparecchierà questo tavolino, e ceneremo insieme, qua; ci ricorderemo de’ bei tempi, eh?… Non mi par vero di trovarmi con te, figlietto mio, qua; qua, appartati… Lì, capirai, tanti signori… Lei, poverina, non può farne a meno… La carriera, m’intendi? Eh, come si fa! Li hai veduti i giornali? Cose grandi, figlio mio! Ma io… io, come sopra mare sempre… Non mi par vero che me ne possa star qua con te, stasera.
E la buona vecchietta, che aveva parlato parlato, istintivamente, per non dar tempo a Micuccio di pensare, alla fine sorrise e si stropicciò le mani, guardandolo, intenerita.
Dorina venne ad apparecchiare la tavola, in fretta, perché già di là, in sala, il pranzo era cominciato.
— Verrà? — domandò cupo, Micuccio, con voce angosciata. — Dico, per vederla almeno.
— Certo che verrà, — gli rispose subito la vecchietta, sforzandosi di vincere l’impaccio. — Appena avrà un momentino di largo: già me l’ha detto.
Si guardarono tutt’e due e si sorrisero, come se finalmente si riconoscessero. Attraverso l’impaccio e la commozione le loro anime avevano trovato la via per salutarsi con quel sorriso. « Voi siete zia Marta » – dicevano gli occhi di Micuccio. – « E tu, Micuccio, il mio caro e buon figliuolo, sempre lo stesso, poverino! » – dicevano quelli di zia Marta. Ma subito la buona vecchietta abbassò i suoi, perché Micuccio non vi leggesse altro. Si stropicciò di nuovo le mani e disse:
— Mangiamo, eh?
— Ho una fame, io! — esclamò, tutto lieto e raffidato, Micuccio.
— La croce, prima: qua posso farmela, davanti a te, — aggiunse la vecchietta con aria birichina, strizzando un occhio, e si segnò.

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