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LUMIE DI SICILIA di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

— Come va? Stai bene ora, Micuccio? Bravo, bravo… Sei stato malato, se non m’inganno… Ci rivedremo tra poco… Tanto, qui hai con te la mamma… Siamo intesi, eh?
Teresina scappò via in sala, tutta frusciante.
— Non mangi più? — domandò timorosa, poco dopo, zia Marta per rompere lo sbalordimento di Micuccio.
Questi si voltò appena a guardarla.
— Mangia, — insistette la vecchina indicandogli il piatto.
Micuccio si portò due dita al colletto affumicato e spiegazzato e se lo stirò, provandosi a trarre un lungo respiro.
— Mangiare?
E agitò più volte le dita presso il mento, come se salutasse, per significare: non mi va più, non posso. Stette ancora un pezzo silenzioso, abilito, assorto nella visione di poc’anzi, poi mormorò:
— Come s’è fatta…
E vide che zia Marta scoteva amaramente il capo e che aveva sospeso di mangiare anche lei, come se aspettasse.
— Ma neanche a pensarci più… — aggiunse poi, quasi tra sé, chiudendo gli occhi.
Vedeva ora, in quel suo buio, l’abisso che s’era aperto tra loro due. No, non era più lei – quella lì – la sua Teresina. Era tutto finito… da un pezzo, da un pezzo ed egli, sciocco, egli stupido, se n’accorgeva solo adesso. Glielo avevano detto là al paese, e lui s’era ostinato a non crederci… E ora, che figura ci faceva a star lì, in quella casa? Se tutti quei signori, se quel cameriere stesso avessero saputo che egli, Micuccio Bonavino, s’era rotte le ossa a venire di così lontano, trentasei ore di ferrovia, credendosi sul serio ancora il fidanzato di quella regina, che risate, quei signori e quel cameriere e il cuoco e il guattero e Dorina! Che risate, se Teresina lo avesse trascinato al loro cospetto, lì in sala, dicendo: « Guardate, questo poveretto sonator di flauto, dice che vuoi diventare mio marito! » Glielo aveva promesso lei stessa, è vero; ma come avrebbe potuto allora supporre che un giorno sarebbe divenuta così? Ed era anche vero, sì, che egli le aveva schiuso quella via e le aveva dato modo d’incamminarvisi; ma ecco, ella era ormai arrivata tanto, tanto lontano, che egli, rimasto lì, sempre lo stesso, a sonare il flauto le domeniche nella piazza del paese, come avrebbe più potuto raggiungerla? Neanche a pensarci… E che cos’erano poi quei pochi quattrinucci spesi allora per lei, divenuta adesso una gran signora? Si vergognava solo a pensare che qualcuno potesse sospettare che egli, con la sua venuta, volesse accampare qualche diritto per quei pochi quattrinucci miserabili. Gli sovvenne in quel punto di avere in tasca il denaro inviatogli da Teresina durante la malattia. Arrossì: ne provò onta, e si cacciò una mano nella tasca in petto della giacca, dove era il portafogli.
— Ero venuto, zia Marta, — disse in fretta, — anche per restituirvi questo denaro che mi avete mandato. Che ha voluto essere, pagamento? restituzione? Vedo che Teresina è divenuta una…, sì, mi pare una regina! vedo che… niente! neanche a pensarci più! Ma, questo denaro, no: non mi meritavo questo da lei… È finita, e non se ne parla più… ma, denari, niente! Mi dispiace solo che non sono tutti…
— Che dici, figliuolo mio? — cercò d’interromperlo, afflitta e con le lagrime agli occhi, zia Marta.
Micuccio le fe’ cenno di star zitta.
— Non li ho spesi io: li hanno spesi i miei parenti, durante la malattia, senza ch’io ne sapessi nulla. Ma vanno per quella miseria che spesi io allora… vi ricordate? Non ci pensiamo più. Qua c’è il resto. E io me ne vado.
— Ma come? Così di furia? — esclamò zia Marta, cercando di trattenerlo. — Aspetta almeno che lo dica a Teresina. Non hai sentito che voleva rivederti? Vado a dirglielo…
— No, è inutile, — le rispose Micuccio, deciso. — Lasciatela star li con quei signori; lì sta bene, al suo posto. Io, poveretto… L’ho veduta; m’è bastato… O piuttosto, andate pure… andate anche voi di là… Sentite come si ride? Io non voglio che si rida di me… Me ne vado.
Zia Marta interpretò nel peggior senso quella risoluzione improvvisa di Micuccio: come un atto di sdegno, un moto di gelosia. Le sembrava ormai, poverina, che tutti – vedendo sua figlia – dovessero d’un tratto concepire il più tristo dei sospetti, quello appunto per cui ella piangeva inconsolabile, trascinando senza requie il suo cordoglio segreto fra il tumulto di quella vita di lusso odioso che disonorava sconciamente la sua stanca vecchiaia.
— Ma io, — le scappò detto, — io ormai non posso più farle la guardia, figliuolo mio…
— Perché? — domandò allora Micuccio, leggendole a un tratto negli occhi il sospetto ch’egli non aveva ancora avuto; e si rabbujò in volto.
La vecchietta si smarrì nella sua pena e si nascose la faccia con le mani tremule, ma non riuscì a frenar l’impeto delle lagrime irrompenti.
— Sì, sì, vattene, figliuolo mio, vattene… — disse soffocata dai singhiozzi. — Non è più per te, hai ragione… Se mi aveste dato ascolto!
— Dunque, — proruppe Micuccio chinandosi su lei e strappandole a forza una mano dal volto. Ma fu tanto accorato e miserevole lo sguardo con cui ella gli chiese pietà portandosi un dito su le labbra, che egli si frenò e aggiunse con altro tono, forzandosi a parlar piano: — Ah, lei dunque, lei… lei non è più degna di me. Basta, basta, me ne vado lo stesso… anzi, tanto più, ora… Che sciocco, zia Marta: non l’avevo capito! Non piangete… Tanto, che fa? Fortuna, dicono… fortuna…
Prese la valigetta e il sacchettino di sotto la tavola, e s’avviava per uscire, quando gli venne in mente che lì, dentro il sacchetto, c’eran le belle lumìe ch’egli aveva portato a Teresina dal paese.

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