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TUTT’E TRE di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

Nicolina, interpellata, s’oppose dapprincipio recisamente; protestò che non voleva esser da meno di Filomena, lei, nel lutto del Barone, ritenendo che anzi toccasse a lei di guardarlo di più, questo lutto, per via del bambino. Quelle non le dissero che proprio per questo desideravano che si maritasse; ma si mostrarono così fredde con lei e così scontente del rifiuto, che alla fine, a poco a poco, la indussero a cedere.
Filomena, donna di mondo e tanto saggia che finanche il Barone, sant’anima, ne aveva seguito sempre i consigli, aveva già bell’e pronto il marito: un certo don Nitto Trettarì, giovine di notajo, civiletto, di buona famiglia e di poche parole. Non brutto, no! Che brutto! Un po’ magrolino… Ma via, con la buona vita, avrebbe fatto presto a rimettersi in carne. Bisognava dirgli soltanto che non si facesse cucire così stretti i calzoni perché le gambe le aveva sottili di suo e con quei calzoncini parevano due stecchi, e che poi si levasse il vizio di tener la punta della lingua attaccata al labbro superiore; del resto, giovinotto d’oro!
Passato l’anno di lutto stretto, si stabilirono le nozze. La Baronessa assegnò a Nicolina venticinque mila lire di dote, un ricco corredo e alloggio e vitto nel palazzo; le donò anche abiti e gioje.
– Pompa no, – diceva allo sposo, che si storceva tutto per ringraziare e si passava di tratto in tratto la mano su una falda del farsetto, come se qualche cane minacciasse d’addentargliela. – Pompa no, caro don Nitto, perché il cuore in verità non ce la consente a nessuna delle tre; ma… (la lingua, don Nitto! dentro, la lingua, benedetto figliuolo! avete tanto ingegno e parete uno scemo) un po’ di festa, dicevo, ve la faremo, non dubitate.
Nicolina piangeva, sentendo questi discorsi, e si teneva stretto il bambino al seno, come se, sposando, dovesse abbandonarlo per sempre. Don Nitto s’angustiava di quelle lagrime irrefrenabili, ma non diceva nulla, perché la Baronessa lo aveva pregato di lasciar piangere Nicolina, che ne aveva ragione. Tra breve, con l’ajuto di Dio, forse non avrebbe pianto più; ma ora bisognava lasciarla piangere.
Non ci fu verso – venuto il giorno delle nozze – d’indurre Nicolina a levarsi l’abito di lutto: minacciò di mandare a monte il matrimonio, se la costringevano a indossarne uno di colore. O con quello, o niente. Don Nitto consultò i parenti, la madre, le due sorelle, i cognati, passandosi e ripassandosi la mano sulla falda del farsetto; specialmente le due sorelle tenevano duro, perché erano venute con gli abiti di seta sgargianti del loro matrimonio e tutti gli ori e i «guardaspalle» di raso, a pizzo, con la frangia fino a terra. Ma alla fine dovettero tutti sottomettersi alla volontà della sposa.
E andarono in processione, prima in chiesa, poi allo stato civile; lo sposo, tra le due sorelle, avanti; poi Nicolina, tra la Baronessa e Filomena, tutt’e tre in fittissime gramaglie, come se andassero dietro a un mortorio; infine la mamma dello sposo tra i due generi.
Ma la scena più commovente avvenne nella sala del municipio.
C’erano in quella sala, appesi in fila alle pareti, i ritratti a olio di tutti i sindaci passati: quello di don Francesco di Paola Vivona era, si può ben supporre, al posto d’onore, proprio sopra la testa dell’assessore addetto allo stato civile.
La Baronessa fu la prima a scorgere quel ritratto, e prese a piangere prima con lo stomaco, sussultando. Non potendo parlare, mentre l’assessore leggeva gli articoli del codice, urtò col gomito Nicolina, che le stava accanto. Come questa si voltò a guardarla e, seguendo gli occhi di lei, scorse anch’ella il ritratto, gittò un grido acutissimo e proruppe in un pianto fragoroso. Allora anche la Baronessa e Filomena non poterono più contenersi, e tutt’e tre, con le mani nei capelli, davanti all’assessore sbalordito, levarono le grida, come il giorno della morte.
– Figlio, Cicciuzzo nostro, che ci guarda! fiamma dell’anima nostra, quanto eri bello! Come facciamo, Cicciuzzo nostro, senza di te? Angelo d’oro, vita della vita nostra!
E bisognò aspettare che quel pianto finisse per passare alla firma del contratto nuziale.


Riassunto:
Don Cicciuzzo era un barone e sindaco di un paesino siciliano. L’uomo era legato da un matrimonio di interesse con Vittoria Vivona, donna di poca grazia, ma con alle spalle una grande ricchezza accumulata grazie al padre: il barone la chiese in moglie puntando alla sua ricchezza e lei, dal canto suo, accettò in quanto consapevole di non poter ambire ad un uomo più bello e raffinato di lui.

Accettò anche che lui la tradisse perché sapeva di non poterlo soddisfare come meritava; trovando comunque consolazione nel fatto che tutte le altre donne alla fine non avrebbero potuto essere né baronesse né mogli, come invece era lei. Accettò inoltre che lui avesse un figlio da Nicolina, figlia di un giardiniere, in quanto lei non era stata capace di dargli un erede. Essendo anche molto generosa aveva fatto anche in modo che la ragazza andasse ad abitare con loro.

Accade un giorno che la baronessa viene raggiunta dalla notizia che il marito, che si trovava dalla sua altra amante Filomena, è morto. La signora Vittoria raggiunge subito il marito da Filomena, seguita da Nicolina, e le tre donne si ritrovano così a piangere l’uomo. Trovandosi unite nel lutto, la baronessa vuole che anche Filomena vada a vivere con loro.

A turno le tre donne si consolano e intanto crescono il figlio di Nicolina e del barone. Mano a mano che il tempo passa le due madri adottive però, sentendosi inferiori a Nicolina per il legame più stretto con il defunto dato dal figlio, iniziano ad essere gelose e per allontanarla le trovano marito. Inizialmente Nicolina non ne vuole sapere, ma vedendo la freddezza che le due donne le riservano, alla fine cede.

Trascorso l’anno di lutto, organizzano così il matrimonio che si svolge con Nicolina che ancora indossa l’abito del lutto. Dopo la cerimonia in chiesa si recano in comune dove, nella sala del municipio, sono appesi i quadri che ritraggono tutti i sindaci tra i quali c’è anche Don Cicciuzzo. Le tre donne scoppiano in lacrime e i presenti devono aspettare l’esaurirsi del loro pianto per poter concludere la cerimonia e vedere apposte le firme del contratto di matrimonio.

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