Footer menù

TUTT’E TRE di Luigi Pirandello | Testo e riassunto

Anche la carità, intanto, quando è troppa, opprime; e Nicolina se ne sentiva oppressa. Ma donna Bittò, indicandole il bimbo che le giaceva in grembo:
– Babba, non piangere! Guarda piuttosto che hai saputo fare!
E, ridendo e battendo le mani:
– Com’è bello, amore santo mio! com’è fino! Figliuccio dell’anima mia, guarda come mi ride!
Gran ressa di gente era davanti la porta del giardino di Filomena. Scorgendola da lontano, la Baronessa e le serve levarono al modo del paese le disperazioni.
Il Barone era morto, e stava disteso all’aperto su una materassa, presso un chioschetto tutto parato di convolvoli. Forse la troppa luce, così supino, a pancia all’insù, lo svisava. Pareva violaceo, e i peli biondicci dei baffi e della barba, quasi gli si fossero drizzati sul viso, sembravano appiccicati e radi radi, come quelli di una maschera carnevalesca. I globi degli occhi, induriti e stravolti sotto le palpebre livide; la bocca, scontorta, come in una smorfia di riso. E niente dava con più irritante ribrezzo il senso della morte in quel corpo là disteso, quanto le api e le mosche che gli volteggiavano insistenti attorno al volto e alle mani.
Filomena, prostrata con la faccia per terra, urlava il suo cordoglio e le lodi del morto tra una fitta siepe d’astanti muti e immobili attorno alla materassa. Solo qualcuno di tanto in tanto si chinava a cacciare una di quelle mosche dalla faccia o dalle mani del cadavere; e una comare si voltava a far segni irosi a una bimbetta sudicia, che strappava i convolvoli del chiosco, facendone muovere e frusciare nel silenzio tutto il fogliame.
Da una parte e dall’altra gli astanti si scostarono appena irruppe, spaventosa nello scompiglio della disperazione, la Baronessa. Si buttò anche lei ginocchioni davanti la materassa di contro a Filomena, e strappandosi i capelli e stracciandosi la faccia cominciò a gridare quasi cantando:
– Figlio, Cicciuzzo mio, come t’ho perduto! Fiato mio, cuore mio, come sono venuta a trovarti! Cicciuzzo del mio cuore, fiamma dell’anima mia, come ti sei buttato a terra così, tu ch’eri antenna di bandiera? Quest’occhiuzzi belli, che non li apri più! Queste manucce belle, che non le stacchi più! Questa boccuccia bella, che non sorride più!
E poco dopo, urlando anche lei, stracciandosi anche lei i capelli, a piè di quella materassa una terza donna venne a buttarsi ginocchioni: Nicolina, col bambino in braccio.
Nessuno, conoscendo la Baronessa, le prove date in dieci anni della sua incredibile tolleranza, non solo per l’amore sviscerato e la devozione al marito, ma anche per la coscienza ch’ella aveva, e dava agli altri, che fosse naturale quanto le era accaduto, data la sua rozzezza, la sua bruttezza e il suo gran cuore; nessuno rimase offeso di quello spettacolo, e tutti si commossero, anzi, fino alle lagrime, quand’ella si voltò a scongiurare Nicolina d’allontanarsi e, prendendole il bimbo e mostrandolo al morto, gli giurò che lo avrebbe tenuto come suo e lo avrebbe fatto crescere signore come lui, dandogli tutte le sue ricchezze, come già gli aveva dato tutto il suo cuore.
I parenti del Barone, accorsi poco dopo a precipizio, dovettero stentar molto a staccare quelle tre donne, prima dal cadavere e poi l’una dall’altra, abbracciate come s’erano per aggruppare in un nodo indissolubile la loro pena.
Dopo i funerali solennemente celebrati, la Baronessa volle che anche Filomena venisse a convivere con lei nel palazzo. Tutt’e tre insieme.
Vestite di nero, in quei grandi stanzoni bianchi, intonacati di calce, pieni di luce, ma anche di quel puzzo speciale che esala dai mobili vecchi lavati e dai mattoni rosi dei pavimenti avvallati, esse ora si confortavano a vicenda, covando a gara quel bimbo roseo e biondo, in cui agli occhi di ciascuna riviveva il defunto Barone.
A poco a poco, però, la Baronessa e Filomena cominciarono a far sentire a Nicolina, ch’essa, benché fosse la mamma del piccino, non poteva, per la sua età, per la sua inesperienza, esser pari a loro, sia nel dolore per la sciagura comune, sia anche nelle cure del bimbo. Per loro due la vita era ormai chiusa per sempre; per lei invece, così giovane e bellina, chi sa! poteva riaprirsi, oggi o domani. Cominciarono insomma a considerarla come una loro figliuola che, in coscienza, non si dovesse insieme con loro due sacrificare e votare a un lutto perpetuo.
(Forse, sotto sotto, parlava in esse, mascherata di carità, l’invidia; per il fatto che colei era la mamma vera del piccino.)
Per diminuire questa superiorità che Nicolina aveva su loro incontestabile, appena svezzato il bambino, quasi la esclusero da ogni cura di esso. Tutt’e due però sentivano che questa esclusione non bastava. Perché il bambino restasse insieme con loro legato tutto alla memoria del morto, bisognava che Nicolina ne avesse un altro, qualche altro di suo; bisognava insomma dar marito a Nicolina. La Baronessa avrebbe seguitato ad alloggiarla nel palazzo, in un quartierino a parte; le avrebbe assegnato una buona dote, trovandole un buon giovine per marito, timorato e rispettoso, che fosse anche di presidio a lei, a Filomena e a tutta la casa.

Comments are closed.
contatore accessi web