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DAGLI APPENNINI ALLE ANDE di Edmondo De Amicis

Poco dopo sbarcato, salì alla città, con la sua sacca alla mano, a cercare un signore argentino per cui il suo protettore della Boca gli aveva rimesso un biglietto di visita con qualche parola di raccomandazione. Entrando in Rosario gli parve d’entrare in una città già conosciuta. Erano quelle vie interminabili, diritte, fiancheggiate di case basse e bianche, attraversate in tutte le direzioni, al disopra dei tetti, da grandi fasci di fili telegrafici e telefonici, che parevano enormi ragnateli; e un gran trepestio di gente, di cavalli, di carri. La testa gli si confondeva: credette quasi di rientrare a Buenos Aires, e di dover cercare un’altra volta il cugino. Andò attorno per quasi un’ora, svoltando e risvoltando, e sembrandogli sempre di tornar nella medesima via; e a furia di domandare, trovò la casa del suo nuovo protettore. Tirò il campanello. S’affacciò alla porta un grosso uomo biondo, arcigno, che aveva l’aria d’un fattore, e che gli domandò sgarbatamente, con pronunzia straniera:

– Che vuoi?

Il ragazzo disse il nome del padrone.

– Il padrone, – rispose il fattore, – è partito ieri sera per Buenos Aires con tutta la sua famiglia.

Il ragazzo restò senza parola.

Poi balbettò: – Ma io… non ho nessuno qui! Sono solo! – E porse il biglietto.

Il fattore lo prese, lo lesse e disse burberamente: – Non so che farci. Glielo darò fra un mese, quando ritornerà.

– Ma io, io son solo! io ho bisogno! – esclamò il ragazzo, con voce di preghiera.

– Eh! andiamo, – disse l’altro; – non ce n’è ancora abbastanza della gramigna del tuo paese a Rosario! Vattene un po’ a mendicare in Italia. – E gli chiuse il cancello sulla faccia.

Il ragazzo restò là come impietrato.

Poi riprese lentamente la sua sacca, ed uscì, col cuore angosciato, con la mente in tumulto, assalito a un tratto da mille pensieri affannosi. Che fare? dove andare? Da Rosario a Cordova c’era una giornata di strada ferrata. Egli non aveva più che poche lire. Levato quello che gli occorreva di spendere quel giorno, non gli sarebbe rimasto quasi nulla. Dove trovare i denari per pagarsi il viaggio? Poteva lavorare. Ma come, a chi domandar lavoro? Chieder l’elemosina! Ah! no, essere respinto, insultato, umiliato come poc’anzi, no, mai, mai più, piuttosto morire! – E a quell’idea, e al riveder davanti a sé la lunghissima via che si perdeva lontano nella pianura sconfinata, si sentì fuggire un’altra volta il coraggio, gettò la sacca sul marciapiede, vi sedette su con le spalle al muro, e chinò il viso tra le mani, senza pianto, in un atteggiamento desolato.

La gente l’urtava coi piedi passando; i carri empivan la via di rumore; alcuni ragazzi si fermarono a guardarlo. Egli rimase un pezzo così.

Quando fu scosso da una voce che gli disse tra in italiano e in lombardo: – Che cos’hai, ragazzetto?

Alzò il viso a quelle parole, e subito balzò in piedi gettando un’esclamazione di meraviglia: – Voi qui!

Era il vecchio contadino lombardo, col quale aveva fatto amicizia nel viaggio.

La meraviglia del contadino non fu minore della sua. Ma il ragazzo non gli lasciò il tempo d’interrogarlo, e gli raccontò rapidamente i casi suoi. – Ora son senza soldi, ecco; bisogna che lavori; trovatemi voi del lavoro da poter mettere insieme qualche lira; io faccio qualunque cosa; porto roba, spazzo le strade, posso far commissioni, anche lavorare in campagna; mi contento di campare di pan nero; ma che possa partir presto, che possa trovare una volta mia madre, fatemi questa carità, del lavoro, trovatemi voi del lavoro, per amor di Dio, che non ne posso più!

– Diamine, diamine, – disse il contadino, guardandosi attorno e grattandosi il mento. – Che storia è questa!… Lavorare… è presto detto. Vediamo un po’. Che non ci sia mezzo di trovar trenta lire fra tanti patriotti?

Il ragazzo lo guardava, confortato da un raggio di speranza.

– Vieni con me, – gli disse il contadino.

– Dove? – domandò il ragazzo, ripigliando la sacca.

– Vieni con me.

Il contadino si mosse, Marco lo seguì, fecero un lungo tratto di strada insieme, senza parlare. Il contadino si fermò alla porta d’un’osteria che aveva per insegna una stella e scritto sotto: – La estrella de Italia; – mise il viso dentro e voltandosi verso il ragazzo disse allegramente: – Arriviamo in buon punto. – Entrarono in uno stanzone, dov’eran varie tavole, e molti uomini seduti, che bevevano, parlando forte. Il vecchio lombardo s’avvicinò alla prima tavola, e dal modo come salutò i sei avventori che ci stavano intorno, si capiva ch’era stato in loro compagnia fino a poco innanzi. Erano rossi in viso e facevan sonare bicchieri, vociando e ridendo.

– Camerati, – disse senz’altro il lombardo, restando in piedi, e presentando Marco; – c’è qui un povero ragazzo nostro patriotta, che è venuto solo da Genova a Buenos Aires a cercare sua madre. A Buenos Aires gli dissero: – Qui non c’è, è a Cordova. – Viene in barca a Rosario, tre dì e tre notti, con due righe di raccomandazione; presenta la carta: gli fanno una figuraccia. Non ha la croce d’un centesimo. È qui solo come un disperato. È un bagai pieno di cuore. Vediamo un poco. Non ha da trovar tanto da pagare il biglietto per andare a Cordova a trovar sua madre? L’abbiamo da lasciar qui come un cane?

– Mai al mondo, perdio! – Mai non sarà detto questo! – gridarono tutti insieme, battendo il pugno sul tavolo. – Un patriotta nostro! – Vieni qua, piccolino. – Ci siamo noi, gli emigranti! – Guarda che bel monello. – Fuori dei quattrini, camerati. – Bravo! Venuto solo! Hai del fegato! – Bevi un sorso, patriotta. – Ti manderemo da tua madre, non pensare. – E uno gli dava un pizzicotto alla guancia, un altro gli batteva la mano sulla spalla, un terzo lo liberava dalla sacca; altri emigranti s’alzarono dalle tavole vicine e s’avvicinarono; la storia del ragazzo fece il giro dell’osteria; accorsero dalla stanza accanto tre avventori argentini; e in meno di dieci minuti il contadino lombardo che porgeva il cappello, ci ebbe dentro quarantadue lire. – Hai Visto, – disse allora, voltandosi verso il ragazzo, – come si fa presto in America? – Bevi – gli gridò un altro, porgendogli un bicchiere di vino: – Alla salute di tua madre! – Tutti alzarono i bicchieri. – E Marco ripeté: – Alla salute di mia… – Ma un singhiozzo di gioia gli chiuse la gola, e rimesso il bicchiere sulla tavola, si gettò al collo del suo vecchio.

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