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DAGLI APPENNINI ALLE ANDE di Edmondo De Amicis

Quasi correndo, senza dire una parola, andarono fino in fondo alla via lunghissima, infilarono l’andito d’entrata d’una piccola casa bianca, e si fermarono davanti a un bel cancello di ferro, da cui si vedeva un cortiletto, pieno di vasi di fiori. Marco diede una strappata al campanello.

Comparve una signorina.

– Qui sta la famiglia Mequinez, non è vero? – domandò ansiosamente il ragazzo.

– Ci stava, – rispose la signorina, pronunziando l’italiano alla spagnuola. – Ora ci stiamo noi, Zeballos.

– E dove sono andati i Mequinez? – domandò Marco, col batticuore.

– Sono andati a Cordova.

– Cordova! – esclamò Marco. – Dov’è Cordova? E la persona di servizio che avevano? la donna, mia madre! La donna di servizio era mia madre! Hanno condotto via anche mia madre?

La signorina lo guardò e disse: – Non so. Lo saprà forse mio padre, che li ha conosciuti quando partirono. Aspettate un momento.

Scappò e tornò poco dopo con suo padre, un signore alto, con la barba grigia. Questi guardò fisso un momento quel tipo simpatico di piccolo marinaio genovese, coi capelli biondi e il naso aquilino, e gli domandò in cattivo italiano: – Tua madre è genovese?

Marco rispose di sì.

– Ebbene la donna di servizio genovese è andata con loro, lo so di certo.

– Dove sono andati?

– A Cordova, una città.

Il ragazzo mise un sospiro; poi disse con rassegnazione: – Allora… andrò a Cordova.

– Ah pobre Niño! – esclamò il signore, guardandolo in aria di pietà. – Povero ragazzo! È a centinaia di miglia di qua, Cordova.

Marco diventò pallido come un morto, e s’appoggiò con una mano alla cancellata.

– Vediamo, vediamo, – disse allora il signore, mosso a compassione, aprendo la porta, – vieni dentro un momento, vediamo un po’ se si può far qualche cosa. – Sedette, gli diè da sedere, gli fece raccontar la sua storia, lo stette a sentire molto attento, rimase un pezzo pensieroso; poi gli disse risolutamente: – Tu non hai denari, non è vero?

– Ho ancora… poco, – rispose Marco.

Il signore pensò altri cinque minuti, poi si mise a un tavolino, scrisse una lettera, la chiuse, e porgendola al ragazzo, gli disse: – Senti, italianito. Va’ con questa lettera alla Boca. È una piccola città mezza genovese, a due ore di strada di qua. Tutti ti sapranno indicare il cammino. Va’ là e cerca di questo signore, a cui è diretta la lettera, e che è conosciuto da tutti. Portagli questa lettera. Egli ti farà partire domani per la città di Rosario, e ti raccomanderà a qualcuno lassù, che penserà a farti proseguire il viaggio fino a Cordova, dove troverai la famiglia Mequinez e tua madre. Intanto, piglia questo. – E gli mise in mano qualche lira. – Va’, e fatti coraggio; qui hai da per tutto dei compaesani, non rimarrai abbandonato. Adios.

Il ragazzo gli disse: – Grazie, – senza trovar altre parole, uscì con la sua sacca, e congedatosi dalla sua piccola guida, si mise lentamente in cammino verso la Boca, pieno di tristezza e di stupore, a traverso alla grande città rumorosa.

Tutto quello che gli accadde da quel momento fino alla sera del giorno appresso gli rimase poi nella memoria confuso ed incerto come una fantasticheria di febbricitante, tanto egli era stanco, sconturbato, avvilito. E il giorno appresso, all’imbrunire, dopo aver dormito la notte in una stanzuccia d’una casa della Boca, accanto a un facchino del porto, – dopo aver passata quasi tutta la giornata, seduto sopra un mucchio di travi, e come trasognato, in faccia a migliaia di bastimenti, di barconi e di vaporini, – si trovava a poppa d’una grossa barca a vela, carica di frutte, che partiva per la città di Rosario, condotta da tre robusti genovesi abbronzati dal sole; la voce dei quali, e il dialetto amato che parlavano gli rimise un po’ di conforto nel cuore.

Partirono, e il viaggio durò tre giorni e quattro notti, e fu uno stupore continuo per il piccolo viaggiatore. Tre giorni e quattro notti su per quel meraviglioso fiume Paranà, rispetto al quale il nostro grande Po non è che un rigagnolo, e la lunghezza dell’Italia, quadruplicata, non raggiunge quella del suo corso. Il barcone andava lentamente a ritroso di quella massa d’acqua smisurata. Passava in mezzo a lunghe isole, già nidi di serpenti e di tigri, coperte d’aranci e di salici, simili a boschi galleggianti; e ora infilava stretti canali, da cui pareva che non potesse più uscire; ora sboccava in vaste distese d’acque, dell’aspetto di grandi laghi tranquilli; poi daccapo fra le isole, per i canali intricati d’un arcipelago, in mezzo a mucchi enormi di vegetazione. Regnava un silenzio profondo. Per lunghi tratti, le rive e le acque solitarie e vastissime davan l’immagine d’un fiume sconosciuto, in cui quella povera vela fosse la prima al mondo ad avventurarsi. Quanto più s’avanzavano, e tanto più quel mostruoso fiume lo sgomentava. Egli immaginava che sua madre si trovasse alle sorgenti, e che la navigazione dovesse durare degli anni. Due volte al giorno mangiava un po’ di pane e di carne salata coi barcaioli, i quali, vedendolo triste, non gli rivolgevan mai la parola. La notte dormiva sopra coperta, e si svegliava ogni tanto, bruscamente, stupito della luce limpidissima della luna che imbiancava le acque immense e le rive lontane; e allora il cuore gli si serrava. – Cordova! – Egli ripeteva quel nome: – Cordova! – come il nome d’una di quelle città misteriose, delle quali aveva inteso parlare nelle favole. Ma poi pensava: – Mia madre è passata di qui, ha visto queste isole, quelle rive, – e allora non gli parevan più tanto strani e solitari quei luoghi in cui lo sguardo di sua madre s’era posato… La notte, uno dei barcaiuoli cantava. Quella voce gli rammentava le canzoni di sua madre, quando l’addormentava bambino. L’ultima notte, all’udir quel canto, singhiozzò. Il barcaiuolo s’interruppe. Poi gli gridò: – Animo, animo, figioeu! Che diavolo! Un genovese che piange perché è lontano da casa! I genovesi girano il mondo gloriosi e trionfanti! – E a quelle parole egli si riscosse, sentì la voce del sangue genovese, e rialzò la fronte con alterezza, battendo il pugno sul timone. – Ebbene, si – disse tra sé, – dovessi anch’io girare tutto il mondo, viaggiare ancora per anni e anni, e fare delle centinaia di miglia a piedi, io andrò avanti, fin che troverò mia madre. Dovessi arrivare moribondo, e cascar morto ai suoi piedi! Pur che io la riveda una volta! Coraggio! – E con quest’animo arrivò allo spuntar d’un mattino rosato e freddo di fronte alla città di Rosario, posta sulla riva alta del Paranà, dove si specchiavan nelle acque le antenne imbandierate di cento bastimenti d’ogni paese.

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