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Parafrasi canto 18 (XVIII) del poema Orlando Furioso

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Ma né il re, né Sobrino e nemmeno qualunque duca,
con preghiere, con minacce, con grandi pene e fatiche può riuscire
a fare ritirare più di un terzo dell’esercito, e non dico a testa,
dove le insegne si stanno dirigendo, protette a fatica.
Ne muoiono o fuggono due per ogniuno che
rimane, quest’ultimo non senza riportare danni:
viene ferito chi è sul fronte e chi sul retro dello schieramento;
tutti quanti comunque stanchi ed affaticati.

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Con loro grande paura, i cristiani gli diedero la caccia fino
a dentro le porte delle loro robuste fortificazioni:
e gli stessi alloggiamenti erano insufficienti alla loro difesa,
qualunque preparativo di resistenza avessero intrapreso
(perché re Carlo sapeva approfittare molto bene
della buona sorte, quando questa si mostrava a lui favorevole),
se non fosse giunta l’oscurità della notte,
ad interrompere gli avvenimenti ed a calmare ogni cosa;

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giunse la notte, forse accelerata da Dio,
che ebbe pietà per tutte le sue creature.
Il sangue sparso sul campo di battaglia formò grandi onde, iniziò
a scorrere come un grande fiume ed allagò le strade.
Furono contati ottantamila corpi
messi a morte quel giorno.
Uscirono poi di notte, dalle loro grotte,
villani e lupi per spogliare i morti dei loro averi e sbranarli.

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Re Carlo non torna più dentro alla città
ma si accampa all’aperto nei pressi dei nemici,
e chiude in assedio il loro accampamento,
e accende alti e grossi fuochi tutto intorno.
Agramante provvede alle difese degli alloggiamenti, fa scavare
fossati e trincee, allestisce dal nulla, in tutta fretta, delle fortificazioni;
continua a cotrollare i lavori e tiene sveglie le guardie,
e non si spoglia, per tutta la notte, delle proprie armi.

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Tutta la notte, per gli alloggiamenti
dei poco sicuri saraceni, oppressi dal nemico,
vengono versate lacrime, spesi gemiti e lamenti,
tenuti, per quanto è possibile, soffocati e quieti.
Alcuni lo fanno perchè hanno perso amici o parenti
in battaglia, altri lo fanno per sé stessi,
perché feriti e si sentono a disagio:
ma a nuocere a loro è, più di ogni altra cosa, la paura del futuro.

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Lì insieme agli altri si trovarono anche due arabi,
nati nella Tolometta, di sconosciuta stirpe,
la storia dei quali, come raro esempio
di vero amore, è degna di essere raccontata.
Cloridano e Medoro erano i loro nomi,
sia nella buona che nella cattiva sorte
avevano sempre avuto a cuore Drdinello,
ed avevano quindi poi attraverso con lui il mare per giungere in Francia.

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Cloridano, cacciatore da quando era nato,
era una persona forte e snella:
Medoro aveva le guancie colorite,
bianche e leggiadre della prima giovinezza;
e tra le persone accorse dall’Africa per partecipare a quella impresa
non vi era viso più bello ed allegro:
aveva occhi neri, e capelli riccioli color oro:
sembra un angelo, Serafino, appartenente alla gerarchia più elevata.

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Si trovavano entrambi sopra le fortificazioni,
insieme a molti altri, a difesa degli alloggiamenti,
quando la notte, a metà del suo corso,
guardava ormai il cielo con occhi sonnolenti.
Medoro, tra tutte gli argomenti di discussione
non può fare a meno di ricordare il proprio signore,
Dardinello figlio di almonte, e non riesce a non piangere
per il fatto che resti senza degna sepoltura sul campo di battaglia.

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Rivolto al compagno, disse quindi: “Oh Cloridano,
io non riesco ad esprimere quanto mi dispiacia
della sorte capitata al mio signore, rimasto abbandonato sul terreno,
per i lupi ed i corvi, ahimé, cibo troppo nobile.
Pensando a quanto è stato sempre buono nei miei confronti,
mi sembra che se anche dovessi morire
per salvare l’onore della sua buona reputazione, non potrei compensare
né sciogliere gli immensi obblighi che ho nei suoi confronti.

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Io voglio andare a cercarlo, affinché non rimanga insepolto
in mezzo alla campagna:
e forse Dio vorrà aiutarmi, tenendomi nascosto mentre procedo
attraverso all’accampamento, immerso nel sonno, di re Carlo.
Tu invece rimarrai qui: perché se in cielo è scritto
che io debba morire durante tale impresa, potrai tu comunque raccontarla:
così che, se la Fortuna non permetterà una così bella opera,
il mio buon cuore possa essere reso noto almeno a voce.”

One Response to Parafrasi canto 18 (XVIII) del poema Orlando Furioso

  1. chiara Maggio 25, 2014 at 7:13 pm #

    molto utile questo sito ma sarebbe ancora più utile se venissero presentate le figure retoriche!

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