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Parafrasi canto 23 (XXIII) del poema Orlando Furioso

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Tagliò l’incisione e il sasso, e fino al cielo
fece volare le piccole schegge.
Infelice sia ogni grotta e ogni tronco
in cui si leggono i nomi di Medoro ed Angelica!
Furono così ridotte (le piante) quel giorno, che né ombra né refrigerio daranno più al pastore né al suo gregge:
e il fiume, così chiaro e puro,
non fu al riparo da un ira così grande;

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poiché i rami, i tronchi, i sassi e le zolle di terra
Orlando non smise di gettare nelle belle onde,
fino a che dalla superficie fino al fondo, le rese torbide
così tanto che non saranno mai più così limpide e pure.
E alla fine, stanco e sudato,
dal momento che la forza fisica, esaurita, non era più in grado di servire
allo sdegno, al pesante odio e all’ardente ira,
si abbandona sul prato e sospira al cielo.

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Afflitto e stanco cadde infine nell’erba
e fissò gli occhi al cielo senza dire parola alcuna.
Rimane così, senza mangiare e senza dormire
per tre giorni.
Il suo dolore non smise di crescere,
finché non l’ebbe fatto impazzire.
Il quarto giorno, sconvolto dalla pazzia violenta,
si tolse di dosso tutta l’armatura.

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Qui resta l’elmo e là resta lo scudo,
lontano gli arnesi (corredo dell’armatura), e più lontano ancora la corazza: tutte le sue armi, concludendo,
avevano ognuna diversa collocazione per il bosco.
E poi si squarciò i vestiti, e rimasero nudi
il peloso addome e la schiena;
e iniziò la grande pazzia, così orrenda,
che nessuno sentirà mai parlare di una (follia) più orrenda di questa.

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Gli scaturì così tanta rabbia e così tanto furore
che tutte le sue facoltà sensitive furono alterate.
Non gli passo per la testa di prendere la spada,
che tante incredibili avventure aveva passato, credo.
Ma tanto né quella, né una scure, né una bipenne (scure a due lame)
erano necessarie alla sua immensa forza.
Qui fece davvero alcune tra le sue imprese più straordinarie,
sradicò un grande pino con un solo scrollone:

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e ne abbatté, dopo il primo, molti altri ancora
come se fossero state piante dal fusto tenero;
e fece la stessa cosa con querce, vecchi olmi,
faggi e abeti.
Come un uccellatore che per ripulire
il campo, dove mettere le reti,
estirpa le erbaccie, i ramoscelli e le ortiche,
Orlando faceva con le querce e con le altre piante secolari del bosco.

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I pastori che avevano sentito il gran chiasso,
lasciando il gregge sparso per la foresta,
da ogni luogo, di corsa
vanno a vedere che cosa fosse quel rumore.
Ma sono giunto a quel punto che se lo oltrepasso,
la mia storia vi potrebbe essere dannosa;
e io la voglio rinviare ad un altro canto
prima che vi possa infastidire per la sua lunghezza.

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