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Parafrasi canto 23 (XXIII) del poema Orlando Furioso

110
Era scritto in arabo, che il cavaliere
capiva bene come il latino:
tra molte lingue che conosceva,
il paladino sapeva benissimo quella;
e gli fece evitare più volte danni e scontri,
quando si trovò tra il popolo saraceno:
ma non si rallegri, se altre volte (la conoscenza dell’arabo) gli fu propizia;
perché ora gli arreca un danno tale da cancellare tutti i vantaggi ottenuti.

111
Lesse tre, quattro, sei volte la triste poesia
l’infelice, ed anche cercando invano (di immaginare)
che non ci fosse ciò che vi era scritta;
ma gli risultava sempre più chiaro e facile da comprendere:
ed ogni volta (che leggeva) si sentiva in mezzo al petto afflitto
stringere il cuore con mano gelida.
Rimase lì con gli occhi e con il pensiero
rivolti al sasso, impietrito.

112
Fu allora che inizio ad impazzire,
così che in preda al dolore si abbandona completamente.
Credete a chi lo ha provato su se stesso,
che questa, d’amore, è la sofferenza che fa passare tutte le altre.
Gli era caduto il mento sopra il petto (testa bassa),
la fronte era priva di rughe ed era bassa;
non poté aver e (che il dolore l’occupò tanto)
voce per lamentarsi o lacrime per piangere.

113
Rimase dentro l’impetuoso dolore,
che voleva uscire con troppa fretta.
Così vediamo restare l’acqua nel vaso,
che abbia largo il ventre e stretta la bocca;
così ché, capovolgendo il vaso,
l liquido che vorrebbe uscire, tanto velocemente si riversa,
e si ingorga nella stretta apertura,
uscendo così goccia a goccia, a fatica.

114
Poi ritorna abbastanza in sé, e pensa se
la cosa potrebbe essere non vera:
che qualcuno voglia così infamare il nome
della sua donna, e crede e spera e brama,
oppure (che qualcuno voglia) gravarlo di un così insopportabile peso
di gelosia, da farlo morire;
e abbia, chiunque sia stato,
imitato molto bene la sua calligrafia (di Angelica).

115
Con una così debole speranza,
gli si rianimarono gli spiriti vitali;
quindi salì in groppa al suo Brigliadoro
quando il sole stava già lasciando il posto a sua sorella luna (tramonto).
Non va molto avanti, che dagli alti comignoli
dei tetti vede uscire del fumo,
sente cani abbaiare e una mandria muggire:
va fino alla villa e prende posto.

116
Languido smonta (da cavallo), e lascia Brigliadoro
a un abile garzone perché ne abbia cura:
si fa disarmare da uno, gli sperono d’oro un altro
gli leva, e si fa lucidare l’armatura da un altro ancora.
Era questa la casa dove Medoro
visse quando fu ferito, e dove ebbe grande fortuna.
Orlando chiede solo da dormire e niente per cena,
è sazio di dolore e non di altro cibo.

117
Quanto più cerca di trovare tranquillità,
tanto più prova travaglio e dolore;
vede piena della odiata poesia (quella scritta da Medoro) ogni parete
ogni finestra, ogni porta.
Vorrebbe chiedere a riguardo ma poi tiene le labbra ferme (sta zitto);
perché teme di rendere (a se stesso) troppo evidente,
troppo chiara la cosa che
cerca di dimenticare (offuscare), per provare meno dolore.

118
Ingannare se stesso non gli giova;
perché senza domandare (dell’accaduto) c’è chi ne parla.
Il pastore, che lo vede così oppresso
dalla sua tristezza, e vorrebbe alleviarla,
iniziò a raccontargli la storia che conosceva bene; raccontava spesso
dei due amanti a chi voleva ascoltare
una storia molto dilettevole,
e così, senza rispetto, cominciò a raccontare

119
come egli, pregato dalla bella Angelica,
aveva portato in casa sua Medoro,
ferito gravemente; e che ella (Angelica)
curò la ferita ed in pochi giorni la guarì:
ma lei, con una piaga ancora maggiore di quella, nel cuore
fu ferita da Amore (cupido); e da una piccola scintilla
si accese tanto del così cocente fuoco,
che la faceva ardere tutta, e non trovava pace:

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