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LA SIGNORA SPERANZA di Luigi Pirandello| Testo

– Le perderai! – raffibbiò Speranza, stringendo la mano di Cariolin. – Voi tutti, Signori, siate testimoni della scommessa: Io sposerò Carolinona. Su, su, zitta, sposina! Rasciuga le lagrime, sorridi… guardami! Non mi vuoi?
Le tolse con affettuosa violenza le mani tozze, paffute, dal volto. La Pentoni sorrise tra le lagrime. Scoppiarono applausi, evviva. Biagio Speranza, infervorandosi vie più, abbracciò la sposa, che si schermiva, ripetendo:
– Per carità, mi lasci stare… mi lasci stare…
– A tavola! a tavola! – gridarono alcuni.
– Gli Sposi, accanto! – proposero altri. – Qua, qua! A capo di tavola!
E Biagio Speranza e Carolinona furon portati in trionfo e messi a sedere a fianco.
Il buon Martinelli era trasecolato. Pareva che il naso gli crescesse a vista d’occhio.
– Burattinate! Burattinate! – seguitava a schizzare Trunfo.
– Saresti forse geloso? – gli gridò Biagio Speranza, levandosi in piedi e dando un pugno su la tavola. – Mi farai il santissimo piacere di smetterla! Se voi, Signori. credete che in questo momento io stia scherzando, v’ingannate! Se credete ch’io commetta una pazzia, sposando Carolinona, ho l’onore di dirvi che pazzi siete voi! Io, che conosco la mia vil creta, ho coscienza d’esser tanto savio in questo momento, quanto non sono mai stato in vita mia! Sono un pover’uomo, signori, che per castigo di Dio s’innamora come un asino d’ogni bella donna che vede! Innamorato, divento subito capace delle più madornali sciocchezze. Altro che le bugie di Cariolin! Due volte, signori, due volte sono stato (mi vengono i brividi) in procinto di prender moglie sul serio! Bisogna che mi sottragga al più presto, a ogni costo, a questa tremenda minaccia che mi sovrasta. Mi approfitto di questo momento, in cui per fortuna non sono innamorato, e sposo davvero Carolinona! Lampo di genio, signori! Vera ispirazione del cielo!
Questa dichiarazione di Biagio Speranza fu accolta da una tempesta d’applausi.
– Ma dunque.. ma dunque… proprio sul serio: – domandava, beato fra le risa, Cedobonis.
– Si permette di dubitarne, lei? – ribatté Biagio Speranza. – Cariolin! Dove sei? Io ho la tua parola, bada! Mille lire, e il pranzo di nozze. Signori, lasciatemi fare; ci divertiremo!
– Bisogna vedere, – obbiettò lo Scossi, – se Carolinona acconsente.
Biagio Speranza si voltò verso la sposa:
– Mi faresti questo torto? a un bel giovane par mio? No, no: vedete? ride la mia sposa, e ride il mondo!… È concluso, signori!
A questo punto Trunfo scattò in piedi, tirandosi rabbiosamente il tovagliolo dal collo:
– Finiamola una buona volta! Mi dà ai nervi codesto insulso, stupido scherzo su una cosa… su una cosa che voi non sapete ciò che voglia dire, perdio!
Seguì un momento d’imbarazzo, al ricordo della disgrazia conjugale di Trunfo. Tutti i volti restarono sospesi nell’atteggiamento di ridere, le risa cessarono d’un subito.
– Scusami, – disse pacatamente Biagio Speranza. – Perché ti ostini a credere che sia uno scherzo questo mio? So meglio di te quale enorme bestialità sia prender moglie, e ripeto che appunto per guardarmi dal commetterla, sposo Carolinona.
– Il ragionamento non potrebbe essere più filato! – osservò Dario Scossi, promovendo di nuovo l’ilarità di tutti. – E me n’appello a Cedobonis, professore di logica.
– Logicissimo! logicissimo! – confermò questi, – il signor Speranza, infatti, sposa per non prender moglie.
– Proprio così! – ribatté Biagio Speranza. – E non si scherza. Perché Carolinona ha paura sul serio del poeta Cocco Bertolli, e io di perder sul serio, un giorno o l’altro, la mia libertà. Sposando, noi ci salviamo a vicenda: lei da quella razza di marito, io da una temuta futura moglie sul serio. Sposati, lei qua per conto suo; io a casa mia, per conto mio: liberissimi entrambi di fare quel che ci parrà e piacerà. In comune, davanti alla legge, solo il nome, che non è neanche un nome proprio, vi faccio notare, signori: – Speranza, nome comune. Non so che farmene, e te lo cedo volentieri. Che ne dici, Carolinona?
– Per me! – fece la Pentoni, sorridendo e stringendosi ne le spalle. – Se non se ne pente…
Nuovi applausi, nuovi evviva, tra alte risa, a Carolinona.
Si seguitò per un buon pezzo ancora a conversare animatamente di quel matrimonio per ridere; si deliberò di celebrarlo però soltanto al Municipio, perché Dio, in chiesa, no, non si doveva offenderlo; si scelsero i testimonii: Cariolin, Martinelli, per la sposa; Cedobonis, Scossi, per lo sposo. Il buon Martino non voleva saperne: gli pareva… sì, dico… di commettere un’irriverenza verso la… sì, dico… santità dell’istituzione.
Ma, alla fine, dovette per forza chinar la testa, o meglio il naso.
Il giorno appresso, tutta la città era piena della notizia strabiliante.
Biagio Speranza, stirandosi con la mano bianca e grassoccia il bel barbone biondo rossastro, rideva negli occhi ceruli limpidissimi e, di tratto in tratto, dalla barba si passava la mano, celermente, sotto il naso ardito all’insù, con una mossa che gli era abituale.

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