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LA SIGNORA SPERANZA di Luigi Pirandello| Testo

Biagio Speranza impallidì, chiuse gli occhi, poi disse pacatamente:
– Senti, Cocco. Vattene con le buone o ti piglio a calci.
– A me?
– A te. Anzi, guarda: ti chiudo la porta in faccia per impedirmi d’alzare il piede su un povero pazzo, che non sei altro.
E chiuse la porta.
– Vile pagliaccio! – ruggì, dietro la porta, il Cocco Bertolli. – Ma ti aspetto giù in istrada, sai! Te la farò pagare.
Biagio Speranza rientrò in salotto, pallido ancora e vibrante dello sforzo che aveva fatto per contenersi.
– Ebbene? – gli domandarono tutti, ansiosamente.
Niente, – rispose egli, con un sorriso nervoso. – L’ho cacciato via.
– E t’aspetta giù! – aggiunse Cariolin, che aveva udito dall’uscio la minaccia del pazzo.
– Per carità! – gemette Carolinona, col volto nascosto nel fazzoletto. – Per causa mia!
Biagio Speranza s’irritò di quel pianto, sentì ribrezzo della parte che stava a rappresentare e si scrollò irosamente:
– Lasciatelo aspettare. Non gliele ho date, per miracolo; andrò a dargliele adesso!
E cercò il cappello e il bastone.
La Pentoni allora, quasi spinta da una susta più forte di lei, sorse in piedi e gli s’appressò, in lagrime, per trattenerlo:
– La scongiuro! Per carità! Non si metta con quel pazzo. Ci lasci andar prima gli altri. Mi dia ascolto!
Tutti, tranne il Martinelli che tremava come una foglia e lo sdegnoso Trunfo, fecero eco alle parole di Carolinona e si proffersero d’andare avanti. Biagio Speranza si arrabbiò, si fece largo con violenza e gridò:
– Ma insomma, per chi mi prendete?
E s’avviò.
Gli altri lo seguirono. Giù per la scala egli si volse e li pregò di nuovo, con le buone, di restare.
– Voi così, – disse loro, – mi fate perdere la pazienza. Credete sul serio che io alzi le mani su quel povero disgraziato che esce adesso dall’ospedale, se egli proprio non mi metterà con le spalle al muro? Dunque statevene qua, vi prego! non vi fate vedere, perché se egli vi vede, si metterà a predicare. Non aggravate il ridicolo della mia posizione.
Dario Scossi allora fe’ cenno a gli amici di fermarsi e di lasciare andar solo, avanti, Speranza. Poco dopo, ripresero a scendere la scala e si fermarono nell’androne a spiare. Cariolin, che si trovava innanzi a tutti, sporse un po’ il capo dal portone: Biagio e il Cocco Bertolli parlavano, poco discosti, animatamente; ma, a un tratto, Cariolin vide il Cocco Bertolli alzare una mano e appioppare un solennissimo schiaffo allo Speranza. Tutti allora si slanciarono a spartire i due furibondi che già avevano alzato i bastoni.
Carolinona, che se ne stava alla finestra, cacciò uno strillo e si rovesciò indietro, svenuta, tra le braccia tremanti di Martinelli, mentre Trunfo, attirato dalle grida della strada, s’affrettava ad uscire, ripetendo a schizzo:
– Forte! Rotture! Pagliacci!
Biagio Speranza, piangendo dalla rabbia e divincolandosi, gridava a gli amici che lo trattenevano:
– Lasciatemi! Lasciatemi!
– Ai suoi ordini! – urlava, di là, pur trattenuto e trascinato via, il Cocco Bertolli, tra la confusione de la folla accorsa da ogni parte. – Ai suoi ordini! Al Caffè dello Svizzero! E intanto si tenga questo per caparra! Ne vuole ancora? Ne vuole ancora?
Dario Scossi, Cedobonis e Cariolin riuscirono finalmente a condur via Biagio Speranza, che farneticava:
– Bisogna che l’ammazzi! Bisogna che l’arnmazzi! Due di voi: tu, Scossi e tu, Cariolin, subito andate a trovarlo. Bisogna che l’ammazzi. Per quanto sia ridicolo, atrocemente ridicolo, un duello con quel miserabile, a causa di quella donna là, bisogna che mi batta, perché se no, vedendolo, lo ammazzo come un cane… Andate, andate. Io vi aspetto a casa.

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