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LA SIGNORA SPERANZA di Luigi Pirandello| Testo

– E intanto era qua! – rispose Biagio ricomponendosi e simulando severità. Gli passò una mano sotto il braccio, e aggiunse, avviandosi: – Su, andiamo, e mi spieghi…
– Ma sissignore… – s’affrettò a rispondergli, impacciatissimo, il Martinelli. – Le confesso… giacché lei ha potuto… si, dico… sospettare (Dio me ne guardi!), le confesso che m’ero trattenuto, non tanto per curiosità, quanto per… si, dico… congratularmi meco stesso che lei finalmente riconoscesse la… la… la santità del vincolo, perché…
– E debbo proprio crederci? – lo interruppe, fermandosi, Biagio. – Non sono proprio un marito ingannato? Lei se ne stava li, all’ombra, come un vil seduttore, non può negarlo.
– Ma non lo dica neanche per ischerzo! – esclamò con gli occhi al cielo e forzandosi a sorridere, il signor Martino. – All’età mia, scusi? E poi quella là… un’onestissima donna, glielo giuro! Ma già lei non ha bisogno che glielo dica io… È stata sempre tanto… tanto buona con me, mi ha sempre confidato… si, dico.. tante cose, poverina… Ed io perciò stavo li, creda, a felicitarmi… che…
– Con permesso, scusi! A rivederla! – lo interruppe di nuovo Biagio Speranza, ritraendo in fretta il braccio e accorrendo verso una donnina capricciosamente abbigliata, che usciva in quel momento da un Caffè.
Martino Martinelli rimase li piantato in mezzo alla strada; si portò istintivamente una mano al cappello, poi segui un tratto con gli occhi quella coppia che s’allontanava ridendo sonoramente, forse di lui, forse della Pentoni, e tentennò il capo, addolorato, ferito…

V
Né la sera appresso, né le altre seguenti Biagio Speranza venne alla Pensione.
Momo Cariolin e Dario Scossi smisero, fin dalla prima sera, di tormentare Carolinona, che parlò, alla fine, un po’ fuor de’ denti. Trunfo volle prendersi la rivincita, ricordando com’egli li avesse bene ammoniti di non scherzare stupidamente su una cosa che non comportava scherzi. Cedobonis non si dava pace pensando che con quel matrimonio si era celebrato il «funerale dell’allegria», e per parecchie sere ripeté questa frase che gli pareva molto bella. Egli solo, con la sua ostinazione da calabrese, seguitava, nonostante le preghiere di Carolinona, a soffiare, a soffiare perché il fuoco si ravvivasse e scoppiettassero ancora i bei frizzi salaci d’una volta, e diceva per esempio che non solo Carolinona ma anche la tavola era vedova, senza Biagio Speranza. Nessuno però gli badava, ed egli si consolava in qualche modo pensando che quello scherzo madornale non poteva finir lì, che una ripresa sarebbe stata inevitabile, comunque fosse, per la prossima uscita del Cocco Bertolli dall’ospedale.
Trunfo, intanto, che aveva ripreso le sue abitudini, tra urla nota e l’altra della sua opera fischiata, istigava nascostamente Carolinona a vendicarsi:
– Lo punisca esemplarmente, quel buffone. Lo prenda nella sua stessa ragna! Lei ha commesso l’insigne bestialità di prestarsi a una siffatta buffonata e, creda, non avrà più pace. Bene: non ne abbia più nemmeno lui!
A queste maligne esortazioni, la Pentoni sentiva riaccendersi in cuore il dispetto. Vampava in lei il desiderio della vendetta; ma, poco dopo, come se quella vampata diventasse a un tratto fumo, fumo denso e lento, ella, soffocata, si nascondeva la faccia con le mani, poi scoteva amaramente il capo.
– Vendicarmi? Come?
– Lo domanda a me? – le rispondeva Trunfo. – Faccia valere i suoi diritti. A una donna non mancano i mezzi.
Ma ella non sapeva veramente riconoscersi alcun diritto, né vedeva alcun mezzo, per quanto si sforzasse d’escogitarne; e, alla fine, domandava a se stessa:
«Ma poi, vendicarmi di che?».

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