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LA SIGNORA SPERANZA di Luigi Pirandello| Testo

Si alzò tardi e di pessimo umore. Lavandosi e poi guardandosi allo specchio la brutta cera, si mise a riflettere sui casi suoi. Comprendeva che le sue stesse condizioni d’esistenza erano come tante vele spiegate che portavano di qua e di là la barca della sua vitaccia spersa, senza concederle mai riposo in un porto sicuro: la barca era ancora ben solida: ma certo non sarebbe più così tra breve; era dunque necessario che almeno il suo spirito bislacco non rappresentasse più oltre il vento furioso che investiva quelle vele già vagabonde per necessità.
Fuori di metafora: – giudizio, Biagio!
Sarebbe andato quel giorno alla Pensione e, col suo contegno, avrebbe fatto capire a gli amici che era tempo di finirla.
Prima di lui arrivarono alla Pensione, quella sera, tutti gli altri commensali, compreso Trunfo
– Ebbene? – domandò, per prima cosa, Cariolin. – È tornato? È venuto?
– Ah giusto! – aggiunse Cedobonis. – Ci ragguagli, ci ragguagli…
– E non vedete? – esclamò lo Scossi, additando Carolinona:

È languida la rosa
Che il zeffiro notturno accarezzò. .

– Zitti, via, zitti! – disse la Pentoni, scrollando le spalle. – Mi hanno disfatto il lettino, e ho dovuto passar la notte su una poltrona.. .
– E non c’era il letto? – fece Cariolin. – Va’ là, va’ là! tu vuoi darcela a bere, sposina, d’accordo con lui…
Sopravvenne Biagio Speranza, e fu assalito di domande anche lui.
– Ma certo! ma si sa! ma come no! – cominciò egli a rispondere, con faccia tosta. – Hai avuto il coraggio di negare, tu, Carolina? Non le date retta, amici. Sposina fresca, si vergogna. Quando son venuto? A mezzanotte in punto. L’ora delle fantasime. Il portone era chiuso e lei, proprio lei che nega, mi ha buttato la chiave dalla finestra perché negarlo, moglie mia! Dobbiamo dare questa soddisfazione a gli amici che s’interessano tanto della nostra felicità conjugale. E questa sera mi vedrete anzi rimanere qua, al mio posto, da padrone di casa; e spero che basterà e d’ora in poi mi lascerete godere in pace le gioje del talamo. Va bene così?
Prese posto accanto a Carolinona; ostentò, durante il pasto, tra le risa generali, tutte quelle premure, que’ lezii da scimmiotto innamorato che uno sposino novello suol fare alla sposina; a chi gli domandò che nome avrebbero messo al primo figliuolo, rispose che lo avrebbero chiamato Speranzino o Speranzina se femmina; e così via. Carolinona lasciava dire, lasciava fare e rideva anche lei.
A un certo punto Trunfo, truce, domandò a Biagio Speranza:
– Mi permette Lei di seguitare a rivedere qua le mie carte?
– Senti, senti! – esclamò Cariolin. – Gli dà del lei, adesso!
– Ma certo, – approvò lo Scossi. – Tu non capisci nulla! Biagio è marito, ormai. E il maestro rispetta in lui l’autorità maritale.
– Io posso anche andarmene altrove, – soggiunse Trunfo. – Questa sera stessa, anzi, raccoglierò le mie carte…
– Ma no! – s’affrettò a rassicurarlo Biagio Speranza. – Lei, caro maestro (se non debbo più darle del tu), lei è padrone di fare il comodo suo di giorno e di notte. Che c’entra! Questo è matrimonio allegro. Lei vuol farne per forza una tragedia; ma sappia che io non sono affatto geloso. Libero, libero, caro maestro, di fare quello che le parrà e piacerà. Dico bene, Carolinona?
– Il signor maestro, – disse questa, un po’ mortificata, – non mi ha recato mai alcun fastidio.
– E allora, va bene, – concluse Trunfo, scattando in piedi.

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