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Parafrasi canto 34 (XXXIV) dell’Inferno di Dante

e se rimasi quindi perplesso per ciò che vidi,
lo pensi pure la gente rozza, ignorante, che non può capire
la natura di quel punto della terra che avevo appena attraversato.

“Alzati in piedi;” mi disse Virgilio
“poiché la strada da percorrere è ancora lunga e difficile,
ed il sole si trova già a metà strada della terza ora.”

Non era la sala di un palazzo il luogo
in cui ci trovavamo in quel momento, ma una grotta naturale
scarsamente illuminata e con suolo irregolare.

“Prima di allontanarmi da questo abisso,
mio maestro,” dissi non appena mi fui alzato,
“parlami un poco, così da togliermi qualche dubbio:

dove si trova la ghiaccia? E costui, Lucifero come a fatto a
finirci così, sottosopra? e come ha fatto, in così poco tempo,
il sole a passare dalla sera al mattino?”

E Virgilio mi rispose: “Tu credi ancora
di trovarti al di là dal centro della terra, dove io mi aggrappai
al pelo di Lucifero, verme malefico che perfora il mondo.

Tu sei stato di là dal centro della terra finché discesi;
quando mi sono capovolto, allora tu hai oltrepassato il punto
centrale, verso il quale vengono attirati tutti i pesi, da qualunque direzione provengano.

E sei quindi ora arrivato sotto l’emisfero australe,
contrapposto a quello nostro, boreale, ricoperto dalle
terre emerse, e sotto lo zenit del quale si consumò, morì,

Cristo, l’uomo che nacque e visse senza macchiarsi di peccati;
tu poggi ora i piedi su quel piccolo piano circolare
che costituisce l’altra faccia della Giudea.

Qui è mattino quando di là è invece sera;
e Lucifero, che con il suo pelo ci ha fatto da scala,
è ancora conficcato nel punto in cui è caduto allora.

Cadde giù dal cielo da questa parte della terra;
e le terre, che prima anche da questo lato erano emerse,
per paura di lui si inabissarono, nascondendosi nel mare,

e si spinsero, nella fuga, fino al nostro emisfero; forse
per scappare da Lucifero, la terra che costituisce il monte del
purgatorio, e che è qua visibile, lasciò intorno a Lucifero il vuoto, una caverna, e corse verso l’alto.”

Laggiù dove ci trovavamo c’era una galleria, lontana da Belzebù
tanto quanto è lunga la sua stessa tomba,
che scoprimmo non grazie alla vista ma grazie al suono che da essa proveniva,

generato dallo scorrere di un piccolo ruscello, che discendeva
attraverso un buco in un sasso, da esso creato per erosione,
con il proprio corso tortuoso ed un poco in pendenza.

Virgilio ed io entrammo in quel cammino nascosto
per poter ritornare nel modo illuminato dal sole;
senza badare a concederci un poco di riposo, tanto era il desiderio di uscire all’aperto,

iniziammo a risalire, lui per primo ed io al suo seguito,
fino a ché riuscii ad intravedere un poco di tutte quelle cose
meravigliose che il cielo offre alla vista, attraverso un foro tondo nella roccia.

E uscimmo quindi all’aperto a rivedere le stelle.

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