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Parafrasi canto 13 (XIII) dell’Inferno di Dante

Quanto l’anima che è stata feroce contro sé stessa, lascia
il corpo dal quale essa stessa si è voluta strappare,
il giudice Minosse la manda in questo settimo cerchio.

Essa cade in questa selva, in un punto non premeditato;
là dove il caso l’ha lanciata, lei germoglia
e mette rami come fosse stata un chicco di biada.

Cresce poi come un virgulto e quindi come un albero silvestre:
le Arpie vengono infine a nutrirsi delle sue foglie,
strappandole dolorosamente e creando un ferita, finestra per il dolore.

Come le altre anime, il giorno del giudizio anche noi verremo
sulla terra per riprenderci i nostri corpi, ma non per indossarli;
non sarebbe giusto riavere ciò che abbiamo gettato via.

Trascineremo qui i nostri corpi ed in questo triste bosco
verranno appesi, impiccati,
ciascuno all’arbusto dell’anima che gli fu molesta in vita.”

Eravamo ancora attenti al tronco di Pier della Vigna,
credendo che volesse aggiungere altro al suo discorso,
quando un rumore improvviso ci sorprese,

come colui che sente giungere, presso il luogo
dove è appostato, il cinghiale con dietro chi gli dà la caccia,
e sente il il rumore delle bestie e dei rami che vengono urtati.

Ed ecco spuntare due anime alla nostra sinistra,
nude e piene di graffi, che fuggivano con tale furia
da rompere ogni ostacolo incontrato nella selva.

Quello davanti gridava: “Morte accorri, accorri a liberarmi!”
E l’altro, a quale sembrava di rimanere troppo indietro,
gridava a sua volta: “Lano, non sono state così veloci nella fuga

le tue gambe nella battaglia di Pieve del Toppo (dove fosti
ucciso)!” Ma dopo, forse sentendosi venire meno le forze,
si lanciò in un cespuglio e vi si nascose dentro.

Dietro a loro la selva era piena
di cagne nere, smaniose e veloci nella corsa,
come fossero veltri appena liberati dalle catene,

Conficcarono i loro denti nello spirito che si era rannicchiato
nel cespuglio e lo lacerarono facendolo a brandelli;
portandosi poi via quelle membra doloranti.

La mia guida mi prese allora per mano,
e mi condusse verso il cespuglio che piangeva
inutilmente per le ferite sanguinanti che aveva riportato.

Diceva: “Oh Jacopo da Sant’Andrea,
a che cosa ti è servito cercare ti ripararti utilizzando me?
Che colpa ne ho io della tua vita peccaminosa?”

Quando Virgilio si fu fermato sopra il cespuglio,
chiese lui: “Chi fosti tu, che da tante punte spezzate
soffi fuori sangue insieme ad un lamento di dolore?”

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