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Parafrasi canto 25 (XXV) dell’Inferno di Dante

Se tu ora, lettore, stenti a credere in quello che io ora
sto per scrivere, non ci sarà certo da sorprendersi, perchè pure io
che lo vidi con i miei occhi, faccio fatica a ritenerlo vero.

Mentre io tenevo il mio sguardo bene concentrato sui tre dannati,
un serpente con sei zampe che si lancia all’improvviso
su uni dei tre dannati, e gli avvinghia tutto addosso.

Con le zampe di mezzo gli circondò la pancia,
con quelle anteriori gli afferrò le braccia;
poi gli addentò entrambe le guance;

poi distese le zampe posteriori in mezzo alle cosce,
e tra esse mise la coda che
ritorse poi su lungo i reni del dannato.

Non ci fu mai una edera così tanto avvinghiata
ad un albero come quell’orribile animale tutto attorcigliato
con le sue membra intorno a quelle di quell’infelice.

Poi si fusero insieme come fossero fatti di cera calda
e mischiarono quindi anche il loro colore, tanto ché
né l’uomo né il serpente sembravano essere più quelli di prima,

come accade alla carta quando la si mette davanti alla fiamma,
che va prendendo un colore bruno che non è comunque ancora nero,ù
mentre il bianco va via via scomparendo.

Gli altri due dannati li stavano a guardare e gridavano
entrambi: “Ohimè, Agnello, come stai cambiando! Vedi come ormai
non sei nè uomo né serpente e nemmeno uomo e serpente”.

Le due teste erano già divenute una sola, quando,
nell’unica faccia, apparvero due figure mischiate tra loro,
quella d’umana e quella di serpente, ma entrambe irriconoscibili.

Si fecero due braccia dalle quattro iniziali;
le cosce, le gambe, il ventre e il busto
divennero delle membra mostruose, mai viste prima.

Ogni aspetto originale era stato cancellato: quella figura
deforme non assomigliava più né all’uomo né al serpente; e in
questa sua nuova forma se ne andò infine a passo lento, instabile.

Come il rammarro sotto la l’opprimente caldo
dei giorni di afa, passando da una siepe all’altra,
sembra un lampo quando attraversa la strada, tanto è veloce,

allo stesso modo sembrava procedere, venendo verso il ventre
degli altri due, un serpentello fiammeggiante (Francesco Cavalcanti),
di color bluastro e nero come un grano di pepe;

e in quella parte, l’ombelico, dalla quale riceviamo il nostro
primo nutrimento quando siamo nel ventre materno, trafisse uno di
loro; e poi cadde a terra davanti al dannato che aveva trafitto.

Il ferito (Buoso Donati) stette a guardarlo ma non disse nulla;
anzi, con i piedi immobili, sbadigliava
come se avesse sonno o gli stesse venendo la febbre.

One Response to Parafrasi canto 25 (XXV) dell’Inferno di Dante

  1. very Gennaio 28, 2014 at 8:22 pm #

    il miglior materiale lo trovo in questa pagina..qualità e chiarezza. Ottimo
    lavoro!!!

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