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Introduzione al poema Divina Commedia

Un’opera simbolica. Figlia del Medioevo, la Commedia è un’opera dall’importante portato simbolico, che la rende carica di significati e ricca di sfumature. Lo studioso Erich Auerbach si è soffermato sull’interpretazione “figurale” dell’opera, un’esegesi in voga nell’età medievale in ottemperanza alla visione cristiana di quegli anni. Secondo tale interpretazione, gli eventi e i personaggi storici del nostro mondo preludono a verità superiori e fungono da anticipatori del disegno divino. In questo senso Beatrice, che in vita è stata l’amata di Dante, l’angelo inviato da Dio sulla terra, nell’aldilà diventa la sua guida nonché il simbolo della teologia. Allo stesso tempo, Enea e san Paolo, citati nel secondo canto dell’Inferno, non sono altro che figure anticipatrici di Dante, prefiguranti la sua missione di salvezza. Questa interpretazione, oltre ad avallare la chiave allegorica, non sminuisce quella letterale, costruita intorno a figure e fatti storici, che rappresentano pur sempre le fondamenta dell’intero poema.

La lingua della Commedia. La fondamentale importanza del “poema sacro” nella lingua e nella cultura italiana non è dovuta solo alla straordinarietà della concezione dell’opera, alla sua visionarietà e agli aspetti allegorici, ma anche alla novità linguistica. Dante è considerato il padre della lingua italiana perché il suo sforzo letterario ha contribuito alla nobilitazione del fiorentino e alla sua naturale candidatura a rappresentante dell’italiano letterario. Ciò non è dovuto a un capriccio dei critici, ma alla ricchezza ineguagliata della Commedia sul piano linguistico e lessicale, capace di spaziare su molti registri ed ambiti settoriali: basti ricordare che il poema consta di quasi 13.000 parole, un numero che pone le basi della nostra lingua. Dante, infatti, è stato un vero e proprio “creatore” di parole, di espressioni entrate nell’italiano comune, di neologismi originati dal latino, dal provenzale o di frasi la cui origine e il cui significato restano oscuri (si pensi alle frasi pronunciate da Pluto o da Nembròt). In un certo senso Dante è stato un prestigiatore della lingua, al punto da innestare formule, espressioni e frasi intere di altri idiomi nel tessuto linguistico dell’italiano. È anche per questo che è lecito parlare di Dante come il primo consapevole rappresentante dell’italiano letterario.

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