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Testo del canto 46 (XLVI) del poema Orlando Furioso

50
De la battaglia ha detto, ch’in favore
de’ Bulgari a Belgrado egli avea fatta,
ove Leon col padre imperatore
vinto, e sua gente avea morta e disfatta;
e per questo l’avean fatto signore,
messo da parte ogni uomo di sua schiatta:
e come a Novengrado era poi stato
preso da Ungiardo, e a Teodora dato:

51
e che venuta era la nuova certa,
che ‘l suo guardian s’era trovato ucciso,
e lui fuggito, e la prigione aperta:
che poi ne fosse, non v’era altro avviso.
Entrò Ruggier per via molto coperta
ne la città, né fu veduto in viso.
La seguente mattina egli e ‘l compagno
Leone appresentossi a Carlo Magno.

52
S’appresentò Ruggier con l’augel d’oro
che nel campo vermiglio avea due teste,
e come disegnato era fra loro,
con le medesme insegne e sopraveste
che, come dianzi ne la pugna foro,
eran tagliate ancor, forate e peste;
sì che tosto per quel fu conosciuto,
ch’avea con Bradamante combattuto.

53
Con ricche vesti e regalmente ornato
Leon senz’arme a par con lui venìa;
e dinanzi e di dietro e d’ogni lato
avea onorata e degna compagnia.
A Carlo s’inchinò, che già levato
se gli era incontra; e avendo tuttavia
Ruggier per man, nel qual intente e fisse
ognuno avea le luci, così disse:

54
– Questo è il buon cavalliero il qual difeso
s’è dal nascer del giorno al giorno estinto;
e poi che Bradamante o morto o preso
o fuor non l’ha de lo steccato spinto,
magnanimo signor, se bene inteso
ha il vostro bando, è certo d’aver vinto,
e d’aver lei per moglie guadagnata;
e così viene, acciò che gli sia data.

55
Oltre che di ragion, per lo tenore
del bando, non v’ha altr’uom da far disegno:
se s’ha da meritarla per valore,
qual cavallier più di costui n’è degno?
s’aver la dee chi più le porta amore,
non è chi ‘l passi o ch’arrivi al suo segno.
Ed è qui presto contra a chi s’oppone,
per difender con l’arme sua ragione. –

56
Carlo e tutta la corte stupefatta,
questo udendo, restò; ch’avea creduto
che Leon la battaglia avesse fatta,
non questo cavallier non conosciuto.
Marfisa, che con gli altri quivi tratta
s’era ad udire, e ch’a pena potuto
avea tacer fin che Leon finisse
il suo parlar, si fece inanzi e disse:

57
– Poi che non c’è Ruggier, che la contesa
de la moglier fra sé e costui discioglia;
acciò per mancamento di difesa
così senza rumor non se gli toglia,
io che gli son sorella, questa impresa
piglio contra a ciascun, sia chi si voglia,
che dica aver ragione in Bradamante,
o di merto a Ruggiero andare inante. –

58
E con tant’ira e tanto sdegno espresse
questo parlar, che molti ebber sospetto,
che senza attender Carlo che le desse
campo, ella avesse a far quivi l’effetto.
Or non parve a Leon che più dovesse
Ruggier celarsi, e gli cavò l’elmetto;
e rivolto a Marfisa: – Ecco lui pronto
a rendervi di sé (disse) buon conto. –

59
Quale il canuto Egeo rimase, quando
si fu alla mensa scelerata accorto,
che quello era il suo figlio, al quale, instando
l’iniqua moglie, avea il veneno porto;
e poco più che fosse ito indugiando
di conoscer la spada, l’avria morto:
tal fu Marfisa, quando il cavalliero
ch’odiato avea, conobbe esser Ruggiero.

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