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Testo del canto 46 (XLVI) del poema Orlando Furioso

10
Le Ferrarese mie qui sono, e quelle
de la corte d’Urbino; e riconosco
quelle di Mantua, e quante donne belle
ha Lombardia, quante il paese tosco.
Il cavallier che tra lor viene, e ch’elle
onoran sì, s’io non ho l’occhio losco,
da la luce offuscato de’ bei volti,
è ‘l gran lume aretin, l’Unico Accolti.

11
Benedetto, il nipote, ecco là veggio,
c’ha purpureo il capel, purpureo il manto,
col cardinal di Mantua e col Campeggio,
gloria e splendor del consistorio santo:
e ciascun d’essi noto (o ch’io vaneggio)
al viso e ai gesti rallegrarsi tanto
del mio ritorno, che non facil parmi
ch’io possa mai di tanto obligo trarmi.

12
Con lor Lattanzio e Claudio Tolomei,
e Paulo Pansa e ‘l Dresino e Latino
Iuvenal parmi, e i Capilupi miei,
e ‘l Sasso e ‘l Molza e Florian Montino;
e quel che per guidarci ai rivi ascrei
mostra piano e più breve altro camino,
Iulio Camillo; e par ch’anco io ci scerna,
Marco Antonio Flaminio, il Sanga, il Berna.

13
Ecco Alessandro, il mio signor, Farnese:
oh dotta compagnia che seco mena!
Fedro, Capella, Porzio, il bolognese
Filippo, il Volterano, il Madalena,
Blosio, Pierio, il Vida cremonese,
d’alta facondia inessicabil vena,
e Lascari e Mussuro e Navagero,
e Andrea Marone e ‘l monaco Severo.

14
Ecco altri duo Alessandri in quel drappello,
dagli Orologi l’un, l’altro il Guarino.
Ecco Mario d’Olvito, ecco il flagello
de’ principi, il divin Pietro Aretino.
Duo Ieronimi veggo, l’uno è quello
di Veritade, e l’altro il Cittadino.
Veggo il Mainardo, veggo il Leoniceno,
il Pannizzato, e Celio e il Teocreno.

15
Là Bernardo Capel, là veggo Pietro
Bembo, che ‘l puro e dolce idioma nostro,
levato fuor del volgare uso tetro,
quale esser dee, ci ha col suo esempio mostro.
Guasparro Obizi è quel che gli vien dietro,
ch’ammira e osserva il sì ben speso inchiostro.
Io veggo il Fracastorio, il Bevazano,
Trifon Gabriele, e il Tasso più lontano.

16
Veggo Nicolò Tiepoli, e con esso
Nicolò Amanio in me affissar le ciglia;
Anton Fulgoso ch’a vedermi appresso
al lito mostra gaudio e maraviglia.
Il mio Valerio è quel che là s’è messo
fuor de le donne; e forse si consiglia
col Barignan c’ha seco, come, offeso
sempre da lor, non ne sia sempre acceso.

17
Veggo sublimi e soprumani ingegni
di sangue e d’amor giunti, il Pico e il Pio.
Colui che con lor viene, e da’ più degni
ha tanto onor, mai più non conobbi io;
ma, se me ne fur dati veri segni,
è l’uom che di veder tanto desio,
Iacobo Sanazar, ch’alle Camene
lasciar fa i monti ed abitar l’arene.

18
Ecco il dotto, il fedele, il diligente
secretario Pistofilo, ch’insieme
con gli Acciaiuoli e con l’Angiar mio sente
piacer, che più del mar per me non teme.
Annibal Malaguzzo, il mio parente,
veggo con l’Adoardo, che gran speme
mi dà, ch’ancor del mio nativo nido
udir farà da Calpe agli Indi il grido.

19
Fa Vittor Fausto, fa il Tancredi festa
di rivedermi, e la fanno altri cento.
Veggo le donne e gli uomini di questa
mia ritornata ognun parer contento.
Dunque, a finir la breve via che resta,
non sia più indugio, or ch’ho propizio il vento;
e torniamo a Melissa, e con che aita
salvò, diciamo, al buon Ruggier la vita.

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