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Testo del canto 44 (XLIV) del poema Orlando Furioso

50
Ma il volgo, nel cui arbitrio son gli onori,
che, come pare a lui, li leva e dona
(né dal nome del volgo voglio fuori,
eccetto l’uom prudente, trar persona;
che né papi né re né imperatori
non ne tra’ scettro, mitra né corona;
ma la prudenza, ma il giudizio buono,
grazie che dal ciel date a pochi sono);

51
questo volgo (per dir quel ch’io vo’ dire)
ch’altro non riverisce che ricchezza,
né vede cosa al mondo, che più ammire,
e senza, nulla cura e nulla apprezza,
sia quanto voglia la beltà, l’ardire,
la possanza del corpo, la destrezza,
la virtù, il senno, la bontà; e più in questo
di ch’ora vi ragiono, che nel resto.

52
Dicea Ruggier: – Se pur è Amon disposto
che la figliuola imperatrice sia,
con Leon non concluda così tosto:
almen termine un anno anco mi dia;
ch’io spero intanto, che da me deposto
Leon col padre de l’imperio fia;
e poi che tolto avrò lor le corone,
genero indegno non sarò d’Amone.

53
Ma se fa senza indugio, come ha detto,
suocero de la figlia Costantino;
s’alla promessa non avrà rispetto
di Rinaldo e d’Orlando suo cugino,
fattami inanzi al vecchio benedetto,
al marchese Uliviero, al re Sobrino,
che farò? vo’ patir sì grave torto?
o, prima che patirlo, esser pur morto?

54
Deh che farò? farò dunque vendetta
contra il padre di lei di questo oltraggio?
Non miro ch’io non son per farlo in fretta,
o s’in tentarlo io mi sia stolto o saggio.
Ma voglio presupor ch’a morte io metta
l’iniquo vecchio e tutto il suo lignaggio:
questo non mi farà però contento;
anzi in tutto sarà contra il mio intento.

55
E fu sempre il mio intento, ed è, che m’ami
la bella donna, e non che mi sia odiosa:
ma, quando Amone uccida, o facci o trami
cosa al fratello o agli altri suoi dannosa,
non le do iusta causa che mi chiami
nimico, e più non voglia essermi sposa?
Che debbo dunque far? debbol patire?
Ah non, per Dio! più tosto io vo’ morire.

56
Anzi non vo’ morir; ma vo’ che muoia
con più ragion questo Leone Augusto,
venuto a disturbar tanta mia gioia:
o vo’ che muoia egli e ‘l suo padre ingiusto.
Elena bella all’amator di Troia
non costò sì, né a tempo più vetusto
Proserpina a Piritoo, come voglio
ch’al padre e al figlio costi il mio cordoglio.

57
Può esser, vita mia, che non ti doglia
lasciare il tuo Ruggier per questo Greco?
Potrà tuo padre far che tu lo toglia,
ancor ch’avesse i tuoi fratelli seco?
Ma sto in timor, ch’abbi più tosto voglia
d’esser d’accordo con Amon, che meco;
e che ti paia assai miglior partito
Cesare aver, ch’un privato uom marito.

58
Sarà possibil mai che nome regio,
titolo imperial, grandezza e pompa,
di Bradamante mia l’animo egregio,
il gran valor, l’alta virtù corrompa?
sì ch’abbia da tenere in minor pregio
la data fede, e le promesse rompa?
né più tosto d’Amon farsi nimica,
che quel che detto m’ha, sempre non dica? –

59
Diceva queste ed altre cose molte
ragionando fra sé Ruggiero; e spesso
le dicea in guisa ch’erano raccolte
da chi talor se gli trovava appresso:
sì che il tormento suo più di due volte
era a colei per cui pativa, espresso,
a cui non dolea meno il sentir lui
così doler, che i propri affanni sui.

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