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Testo del canto 43 (XLIII) del poema Orlando Furioso

80
e disse e fece col villano in guisa
che, suo mal grado, abbandonò l’impresa;
sì che da lui non fu la serpe uccisa,
né più cercata, né altrimenti offesa.
Adonio ne va poi dove s’avisa
che sua condizion sia meno intesa;
e dura con disagio e con affanno
fuor de la patria appresso al settimo anno.

81
Né mai per lontananza, né strettezza
del viver, che i pensier non lascia ir vaghi,
cessa Amor che sì gli ha la mano avezza,
ch’ognor non li arda il core, ognor impiaghi.
È forza al fin che torni alla bellezza
che son di riveder sì gli occhi vaghi.
Barbuto, afflitto, e assai male in arnese,
là donde era venuto, il camin prese.

82
In questo tempo alla mia patria accade
mandare uno oratore al Padre santo,
che resti appresso alla sua Santitade
per alcun tempo e non fu detto quanto.
Gettan la sorte, e nel giudice cade.
Oh giorno a lui cagion sempre di pianto!
Fe’ scuse, pregò assai, diede e promesse
per non partirsi; e al fin sforzato cesse.

83
Non gli parea crudele e duro manco
a dover sopportar tanto dolore,
che se veduto aprir s’avesse il fianco,
e vedutosi trar con mano il core.
Di geloso timor pallido e bianco
per la sua donna, mentre staria fuore,
lei con quei modi che giovar si crede,
supplice priega a non mancar di fede:

84
dicendole ch’a donna né bellezza,
né nobiltà, né gran fortuna basta,
sì che di vero onor monti in altezza,
se per nome e per opre non è casta;
e che quella virtù via più si prezza,
che di sopra riman quando contrasta,
e ch’or gran campo avria per questa assenza,
di far di pudicizia esperienza.

85
Con tai le cerca ed altre assai parole
persuader ch’ella gli sia fedele.
De la dura partita ella si duole,
con che lacrime, oh Dio! con che querele!
E giura che più tosto oscuro il sole
vedrassi, che gli sia mai sì crudele,
che rompa fede; e che vorria morire
più tosto ch’aver mai questo desire.

86
Ancor ch’a sue promesse e a suoi scongiuri
desse credenza e si achetasse alquanto,
non resta che più intender non procuri,
e che materia non procacci al pianto.
Avea uno amico suo, che dei futuri
casi predir teneva il pregio e ‘l vanto;
e d’ogni sortilegio e magica arte,
o il tutto, o ne sapea la maggior parte.

87
Diegli, pregando di vedere assunto,
se la sua moglie, nominata Argia,
nel tempo che da lei starà disgiunto,
fedele e casta, o pel contario fia.
Colui da prieghi vinto, tolle il punto,
il ciel figura come par che stia.
Anselmo il lascia in opra, e l’altro giorno
a lui per la risposta fa ritorno.

88
L’astrologo tenea le labra chiuse,
per non dire al dottor cosa che doglia,
e cerca di tacer con molte scuse.
Quando pur del suo mal vede c’ha voglia,
che gli romperà fede gli concluse,
tosto ch’egli abbia il piè fuor de la soglia,
non da bellezza né da prieghi indotta,
ma da guadagno e da prezzo corrotta.

89
Giunte al timore, al dubbio ch’avea prima,
queste minacce dei superni moti,
come gli stesse il cor, tu stesso stima,
se d’amor gli accidenti ti son noti.
E sopra ogni mestizia che l’opprima,
e che l’afflitta mente aggiri e arruoti,
è ‘l saper come, vinta d’avarizia,
per prezzo abbia a lasciar sua pudicizia.

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