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Testo del canto 43 (XLIII) del poema Orlando Furioso

60
Così venìa Rinaldo ricordando
quel che già il suo cugin detto gli avea,
de le future cose divinando,
che spesso conferir seco solea.
E tuttavia l’umil città mirando:
– Come esser può ch’ancor (seco dicea)
debban così fiorir queste paludi
de tutti i liberali e degni studi?

61
e crescer abbia di sì piccol borgo
ampla cittade e di sì gran bellezza?
e ciò ch’intorno è tutto stagno e gorgo,
sien lieti e pieni campi di ricchezza?
Città, sin ora a riverire assorgo
l’amor, la cortesia, la gentilezza
de’ tuoi signori, e gli onorati pregi
dei cavallier, dei cittadini egregi.

62
L’ineffabil bontà del Redentore,
de’ tuoi principi il senno e la iustizia,
sempre con pace, sempre con amore
ti tenga in abondanza ed in letizia;
e ti difenda contra ogni furore
de’ tuoi nimici, e scuopra lor malizia:
del tuo contento ogni vicino arrabbi,
più tosto che tu invidia ad alcuno abbi. –

63
Mentre Rinaldo così parla, fende
con tanta fretta il suttil legno l’onde,
che con maggiore a logoro non scende
falcon ch’al grido del padron risponde.
Del destro corno il destro ramo prende
quindi il nocchiero, e mura e tetti asconde:
San Georgio a dietro, a dietro s’allontana
la torre e de la Fossa e di Gaibana.

64
Rinaldo, come accade ch’un pensiero
un altro dietro, e quello un altro mena,
si venne a ricordar del cavalliero
nel cui palagio fu la sera a cena;
che per questa cittade, a dire il vero,
avea giusta cagion di stare in pena:
e ricordossi del vaso da bere,
che mostra altrui l’error de la mogliere;

65
e ricordossi insieme de la prova
che d’aver fatta il cavallier narrolli;
che di quanti avea esperti, uomo non trova
che bea nel vaso, e ‘l petto non s’immolli.
Or si pente, or tra sé dice: – È mi giova
ch’a tanto paragon venir non volli.
Riuscendo, accertava il creder mio;
non riuscendo, a che partito era io?

66
Gli è questo creder mio, come io l’avessi
ben certo, e poco accrescer lo potrei:
sì che, s’al paragon mi succedessi,
poco il meglio saria ch’io ne trarrei;
ma non già poco il mal, quando vedessi
quel di Clarice mia, ch’io non vorrei.
Metter saria mille contra uno a giuoco;
che perder si può molto, e acquistar poco. –

67
Stando in questo pensoso il cavalliero
di Chiaramonte, e non alzando il viso,
con molta attenzion fu da un nocchiero
che gli era incontra, riguardato fiso:
e perché di veder tutto il pensiero
che l’occupava tanto, gli fu aviso,
come uom che ben parlava ed avea ardire,
a seco ragionar lo fece uscire.

68
La somma fu del lor ragionamento,
che colui malaccorto era ben stato,
che ne la moglie sua l’esperimento
maggior che può far donna, avea tentato;
che quella che da l’oro e da l’argento
difende il cor di pudicizia armato,
tra mille spade via più facilmente
difenderallo, e in mezzo al fuoco ardente.

69
Il nocchler suggiungea: – Ben gli dicesti,
che non dovea offerirle sì gran doni;
che contrastare a questi assalti e a questi
colpi non sono tutti i petti buoni.
Non so se d’una giovane intendesti
(ch’esser pò che tra voi se ne ragioni),
che nel medesmo error vide il consorte,
di ch’esso avea lei condannata a morte.

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