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Testo del canto 43 (XLIII) del poema Orlando Furioso

50
Qui Rinaldo fe’ fine, e da la mensa
levossi a un tempo, e domandò dormire;
che riposare un poco, e poi si pensa
inanzi al dì d’un’ora o due partire.
Ha poco tempo, e ‘l poco c’ha, dispensa
con gran misura, e invan nol lascia gire.
Il signor di là dentro, a suo piacere,
disse, che si potea porre a giacere;

51
ch’apparecchiata era la stanza e ‘l letto:
ma che se volea far per suo consiglio,
tutta notte dormir potria a diletto,
e dormendo avanzarsi qualche miglio.
– Acconciar ti farò (disse) un legnetto,
con che volando, e senz’alcun periglio
tutta notte dormendo vo’ che vada,
e una giornata avanzi de la strada. –

52
La proferta a Rinaldo accettar piacque,
e molto ringraziò l’oste cortese:
poi senza indugio là, dove ne l’acque
da’ naviganti era aspettato, scese.
Quivi a grande agio riposato giacque,
mentre il corso del fiume il legno prese,
che da sei remi spinto, lieve e snello
pel fiume andò, come per l’aria augello.

53
Così tosto come ebbe il capo chino,
il cavallier di Francia adormentosse;
imposto avendo già, come vicino
giungea a Ferrara, che svegliato fosse.
Restò Melara nel lito mancino;
nel lito destro Sermide restosse:
Figarolo e Stellata il legno passa,
ove le corna il Po iracondo abbassa.

54
De le due corna il nocchier prese il destro,
e lasciò andar verso Vinegia il manco;
passò il Bondeno: e già il color cilestro
si vedea in oriente venir manco,
che votando di fior tutto il canestro,
l’Aurora vi facea vermiglio e bianco;
quando, lontan scoprendo di Tealdo
ambe le rocche, il capo alzò Rinaldo.

55
– O città bene aventurosa (disse),
di cui già Malagigi, il mio cugino,
contemplando le stelle erranti e fisse,
e costringendo alcun spirto indovino,
nei secoli futuri mi predisse
(già ch’io facea con lui questo camino)
ch’ancor la gloria tua salirà tanto,
ch’avrai di tutta Italia il pregio e ‘l vanto. –

56
Così dicendo, e pur tuttavia in fretta
su quel battel che parea aver le penne,
scorrendo il re de’ fiumi, all’isoletta
ch’alla cittade è più propinqua, venne:
e ben che fosse allora erma e negletta,
pur s’allegrò di rivederla, e fenne
non poca festa; che sapea quanto ella,
volgendo gli anni, saria ornata e bella.

57
Altra fiata che fe’ questa via,
udì da Malagigi, il qual seco era,
che settecento volte che si sia
girata col monton la quarta sfera,
questa la più ioconda isola fia
di quante cinga mar, stagno o riviera;
sì che, veduta lei, non sarà ch’oda
dar più alla patria di Nausicaa loda.

58
Udì che di bei tetti posta inante
sarebbe a quella sì a Tiberio cara;
che cederian l’Esperide alle piante
ch’avria il bel loco, d’ogni sorte rara;
che tante spezie d’animali, quante
vi fien, né in mandra Circe ebbe né in hara;
che v’avria con le Grazie e con Cupido
Venere stanza, e non più in Cipro o in Gnido:

59
e che sarebbe tal per studio e cura
di chi al sapere ed al potere unita
la voglia avendo, d’argini e di mura
avria sì ancor la sua città munita,
che contra tutto il mondo star sicura
potria, senza chiamar di fuori aita:
e che d’Ercol figliuol, d’Ercol sarebbe
padre il signor che questo e quel far debbe.

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