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Testo del canto 43 (XLIII) del poema Orlando Furioso

160
– Deh perché, Brandimarte, ti lasciai
senza me andare a tanta impresa? (disse).
Vedendoti partir, non fu più mai
che Fiordiligi tua non ti seguisse.
T’avrei giovato, s’io veniva, assai,
ch’avrei tenute in te le luci fisse;
e se Gradasso avessi dietro avuto,
con un sol grido io t’avrei dato aiuto;

161
o forse esser potrei stata sì presta,
ch’entrando in mezzo, il colpo t’avrei tolto:
fatto scudo t’avrei con la mia testa;
che morendo io, non era il danno molto.
Ogni modo io morrò; né fia di questa
dolente morte alcun profitto colto,
che, quando io fossi morta in tua difesa,
non potrei meglio aver la vita spesa.

162
Se pur ad aiutarti i duri fati
avessi avuti e tutto il cielo avverso,
gli ultimi baci almeno io t’avrei dati,
almen t’avrei di pianto il viso asperso;
e prima che con gli angeli beati
fosse lo spirto al suo Fattor converso,
detto gli avrei: Va in pace, e là m’aspetta;
ch’ovunque sei, son per seguirti in fretta.

163
È questo, Brandimarte, è questo il regno
di che pigliar lo scettro ora dovevi?
Or così teco a Dammogire io vegno?
così nel real seggio mi ricevi?
Ah Fortuna crudel, quanto disegno
mi rompi! oh che speranze oggi mi levi!
Deh, che cesso io, poi c’ho perduto questo
tanto mio ben, ch’io non perdo anco il resto? –

164
Questo ed altro dicendo, in lei risorse
il furor con tanto impeto e la rabbia,
ch’a stracciare il bel crin di nuovo corse,
come il bel crin tutta la colpa n’abbia.
Le mani insieme si percosse e morse,
nel sen si cacciò l’ugne e ne le labbia.
Ma torno a Orlando ed a’ compagni, intanto
ch’ella si strugge e si consuma in pianto.

165
Orlando, col cognato che non poco
bisogno avea di medico e di cura,
ed altretanto, perché in degno loco
avesse Brandimarte sepultura,
verso il monte ne va che fa col fuoco
chiara la notte, e il dì di fumo oscura.
Hanno propizio il vento, e a destra mano
non e quel lito lor molto lontano.

166
Con fresco vento ch’in favor veniva,
sciolser la fune al declinar del giorno,
mostrando lor la taciturna diva
la dritta via col luminoso corno;
e sorser l’altro dì sopra la riva
ch’amena giace ad Agringento intorno.
Quivi Orlando ordinò per l’altra sera
ciò ch’a funeral pompa bisogno era.

167
Poi che l’ordine suo vide essequito,
essendo omai del sole il lume spento,
fra molta nobiltà ch’era allo ‘nvito
de’ luoghi intorno corsa in Agringento,
d’accesi torchi tutto ardendo ‘l lito,
e di grida sonando e di lamento,
tornò Orlando ove il corpo fu lasciato,
che vivo e morto avea con fede amato.

168
Quivi Bardin di soma d’anni grave
stava piangendo alla bara funèbre,
che pel gran pianto ch’avea fatto in nave,
dovrìa gli occhi aver pianti e le palpèbre.
Chiamando il ciel crudel, le stelle prave,
ruggia come un leon ch’abbia la febre.
Le mani erano intanto empie e ribelle
ai crin canuti e alla rugosa pelle.

169
Levossi, al ritornar del paladino,
maggiore il grido, e raddoppiossi il pianto.
Orlando, fatto al corpo più vicino,
senza parlar stette a mirarlo alquanto,
pallido come colto al matutino
è da sera il ligustro o il molle acanto;
e dopo un gran sospir, tenendo fisse
sempre le luci in lui, così gli disse:

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