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Testo del canto 43 (XLIII) del poema Orlando Furioso

150
Muta ivi legno, e verso l’isoletta
di Lipadusa fa ratto levarsi;
quella che fu dai combattenti eletta,
ed ove già stati erano a trovarsi.
Insta Rinaldo, e gli nocchieri affretta,
ch’a vela e a remi fan ciò che può farsi;
ma i venti avversi e per lui mal gagliardi,
lo fecer, ma di poco, arrivar tardi.

151
Giunse ch’a punto il principe d’Anglante
fatta avea l’utile opra e gloriosa:
avea Gradasso ucciso ed Agramante,
ma con dura vittoria e sanguinosa.
Morto n’era il figliuol di Monodante;
e di grave percossa e perigliosa
stava Olivier languendo in su l’arena,
e del piè guasto avea martìre e pena.

152
Tener non poté il conte asciutto il viso,
quando abbracciò Rinaldo, e che narrolli
che gli era stato Brandimarte ucciso,
che tanta fede e tanto amor portolli.
Né men Rinaldo, quando sì diviso
vide il capo all’amico, ebbe occhi molli:
poi quindi ad abbracciar si fu condotto
Olivier che sedea col piede rotto.

153
La consolazion che seppe, tutta
diè lor, ben che per sé tor non la possa;
che giunto si vedea quivi alle frutta,
anzi poi che la mensa era rimossa.
Andaro i servi alla città distrutta,
e di Gradasso e d’Agramante l’ossa
ne le ruine ascoser di Biserta,
e quivi divulgar la cosa certa.

154
De la vittoria ch’avea avuto Orlando,
s’allegrò Astolfo e Sansonetto molto;
non sì però, come avrian fatto, quando
non fosse a Brandimarte il lume tolto.
Sentir lui morto il gaudio va scemando
sì, che non ponno asserenare il volto.
Or chi sarà di lor, ch’annunzio voglia
a Fiordiligi dar di sì gran doglia?

155
La notte che precesse a questo giorno,
Fiordiligi sognò che quella vesta
che, per mandarne Brandimarte adorno,
avea trapunta e di sua man contesta,
vedea per mezzo sparsa e d’ogn’intorno
di gocce rosse, a guisa di tempesta:
parea che di sua man così l’avesse
riccamata ella, e poi se ne dogliessse.

156
E parea dir: – Pur hammi il signor mio
commesso ch’io la faccia tutta nera:
or perché dunque riccamata holl’io
contra sua voglia in sì strana maniera? –
Di questo sogno fe’ giudicio rio;
poi la novella giunse quella sera:
ma tanto Astolfo ascosa le la tenne,
ch’a lei con Sansonetto se ne venne.

157
Tosto ch’entraro, e ch’ella loro il viso
vide di gaudio in tal vittoria privo;
senz’altro annunzio sa, senz’altro avviso,
che Brandimarte suo non è più vivo.
Di ciò le resta il cor così conquiso,
e così gli occhi hanno la luce a schivo,
e così ogn’altro senso se le serra,
che come morta andar si lascia in terra.

158
Al tornar de lo spirto, ella alle chiome
caccia le mani; ed alle belle gote,
indarno ripetendo il caro nome,
fa danno ed onta più che far lor puote:
straccia i capelli e sparge; e grida, come
donna talor che ‘l demon rio percuote,
o come s’ode che già a suon di corno
Menade corse, ed aggirossi intorno.

159
Or questo or quel pregando va, che porto
le sia un coltel, sì che nel cor si fera:
or correr vuol là dove il legno in porto
dei duo signor defunti arrivato era,
e de l’uno e de l’altro così morto
far crudo strazio e vendetta acra e fiera:
or vuol passare il mare, e cercar tanto,
che possa al suo signor morire a canto.

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