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Testo del canto 43 (XLIII) del poema Orlando Furioso

140
La moglie Argia che stava appresso ascosa,
poi che lo vide nel suo error caduto,
saltò fuora gridando: – Ah degna cosa
che io veggo di dottor saggio tenuto! –
Trovato in sì mal’opra e viziosa,
pensa se rosso far si deve e muto.
O terra, acciò ti si gettassi dentro,
perché allor non t’apristi insino al centro?

141
La donna in suo discarco, ed in vergogna
d’Anselmo, il capo gl’intronò di gridi,
dicendo: – Come te punir bisogna
di quel che far con sì vil uom ti vidi,
se per seguir quel che natura agogna,
me, vinta a’ prieghi del mio amante, uccidi?
ch’era bello e gentile; e un dono tale
mi fe’, ch’a quel nulla il palagio vale.

142
S’io ti parvi esser degna d’una morte,
conosci che ne sei degno di cento:
e ben ch’in questo loco io sia sì forte,
ch’io possa di te fare il mio talento;
pure io non vo’ pigliar di peggior sorte
altra vendetta del tuo fallimento.
Di par l’avere e ‘l dar, marito, poni;
fa, com’io a te, che tu a me ancor perdoni:

143
e sia la pace e sia l’accordo fatto,
ch’ogni passato error vada in oblio;
né ch’in parole io possa mai né in atto
ricordarti il tuo error, né a me tu il mio. –
Il marito ne parve aver buon patto,
né dimostrossi al perdonar restio.
Così a pace e concordia ritornaro,
e sempre poi fu l’uno all’altro caro. –

144
Così disse il nocchiero; e mosse a riso
Rinaldo al fin de la sua istoria un poco;
e diventar gli fece a un tratto il viso,
per l’onta del dottor, come di fuoco.
Rinaldo Argia molto lodò, ch’avviso
ebbe d’alzare a quello augello un gioco
ch’alla medesma rete fe’ cascallo,
in che cadde ella, ma con minor fallo.

145
Poi che più in alto il sole il camin prese,
fe’ il paladino apparecchiar la mensa,
ch’avea la notte il Mantuan cortese
provista con larghissima dispensa.
Fugge a sinistra intanto il bel paese,
ed a man destra la palude immensa:
viene e fuggesi Argenta e ‘l suo girone
col lito ove Santerno il capo pone.

146
Allora la Bastia credo non v’era,
di che non troppo si vantar Spagnuoli
d’avervi su tenuta la bandiera;
ma più da pianger n’hanno i Romagniuoli.
E quindi a filo alla dritta riviera
cacciano il legno, e fan parer che voli.
Lo volgon poi per una fossa morta,
ch’a mezzodì presso a Ravenna il porta.

147
Ben che Rinaldo con pochi danari
fosse sovente, pur n’avea sì alora,
che cortesia ne fece a’ marinari,
prima che li lasciasse alla buon’ora.
Quindi mutando bestie e cavallari,
Arimino passò la sera ancora;
né in Montefiore aspetta il matutino,
e quasi a par col sol giunge in Urbino.

148
Quivi non era Federico allora,
né l’Issabetta, né ‘l buon Guido v’era,
né Francesco Maria, ne Leonora,
che con cortese forza e non altiera
avesse astretto a far seco dimora
sì famoso guerrier più d’una sera;
come fer già molti anni, ed oggi fanno
a donne e a cavallier che di là vanno.

149
Poi che quivi alla briglia alcun nol prende,
smonta Rinaldo a Cagli alla via dritta.
Pel monte che ‘l Metauro o il Gauno fende,
passa Apennino e più non l’ha a man ritta;
passa gli Ombri e gli Etrusci, e a Roma scende;
da Roma ad Ostia; e quindi si tragitta
per mare alla cittade a cui commise
il pietoso figliuol l’ossa d’Anchise.

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