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Testo del canto 43 (XLIII) del poema Orlando Furioso

100
Non è sì odiato altro animale in terra,
come la serpe; e noi, che n’abbiàn faccia,
patimo da ciascuno oltraggio e guerra;
che chi ne vede, ne percuote e caccia.
Se non troviamo ove tornar sotterra,
sentiamo quanto pesa altrui le braccia.
Meglio saria poter morir, che rotte
e storpiate restar sotto le botte.

101
L’obligo ch’io t’ho grande, è ch’una volta
che tu passavi per quest’ombre amene,
per te di mano fui d’un villan tolta,
che gran travagli m’avea dati e pene.
Se tu non eri, io non andava asciolta,
ch’io non portassi rotto e capo e schene,
e che sciancata non restassi e storta,
se ben non vi potea rimaner morta:

102
perché quei giorni che per terra il petto
traemo avvolte in serpentile scorza,
il ciel ch’in altri tempi è a noi suggetto,
niega ubbidirci, e prive siàn di forza.
In altri tempi ad un sol nostro detto
il sol si ferma e la sua luce ammorza;
l’immobil terra gira e muta loco;
s’infiamma il ghiaccio, e si congela il fuoco.

103
Ora io son qui per renderti mercede
del beneficio che mi festi allora.
Nessuna grazia indarno or mi si chiede
ch’io son del manto viperino fuora.
Tre volte più che di tuo padre erede
non rimanesti, io ti fo ricco or ora:
né vo’ che mai più povero diventi,
ma quanto spendi più, che più augumenti.

104
E perché so che ne l’antiquo nodo,
in che già Amor t’avinse, anco ti trovi,
voglioti dimostrar l’ordine e ‘l modo
ch’a disbramar tuoi desideri giovi.
Io voglio, or che lontano il marito odo,
che senza indugio il mio consiglio provi;
vadi a trovar la donna che dimora
fuori alla villa, e sarò teco io ancora. –

105
E seguitò narrandogli in che guisa
alla sua donna vuol che s’appresenti;
dico come vestir, come precisa-
mente abbia a dir, come la prieghi e tenti;
e che forma essa vuol pigliar, devisa;
che, fuor che ‘l giorno ch’erra tra serpenti,
in tutti gli altri si può far, secondo
che più le pare, in quante forme ha il mondo.

106
Messe in abito lui di peregrino
il qual per Dio di porta in porta accatti:
mutosse ella in un cane, il più piccino
di quanti mai n’abbia Natura fatti,
di pel lungo, più bianco ch’armellino,
di grato aspetto e di mirabili atti.
Così trasfigurato, entraro in via
verso la casa de la bella Argia:

107
e dei lavoratori alle capanne
prima ch’altrove, il giovene fermosse;
e cominciò a sonar certe sue canne,
al cui suono danzando il can rizzosse.
La voce e ‘l grido alla padrona vanne,
e fece sì, che per veder si mosse.
Fece il romeo chiamar ne la sua corte,
sì come del dottor traea la sorte.

108
E quivi Adonio a comandare al cane
incominciò, ed il cane a ubbidir lui,
e far danze nostral, farne d’estrane,
con passi e continenze e modi sui,
e finalmente con maniere umane
far ciò che comandar sapea colui,
con tanta attenzion, che chi lo mira,
non batte gli occhi, e a pena il fiato spira.

109
Gran maraviglia, ed indi gran desire
venne alla donna di quel can gentile;
e ne fa per la balia proferire
al cauto peregrin prezzo non vile,
– S’avessi più tesor, che mai sitire
potesse cupidigia feminile
(colui rispose), non saria mercede
di comprar degna del mio cane un piede. –

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