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Testo del canto 43 (XLIII) del poema Orlando Furioso

Parafrasi del canto XLIII del poema Orlando Furioso

1
O esecrabile Avarizia, o ingorda
fame d’avere, io non mi maraviglio
ch’ad alma vile e d’altre macchie lorda,
sì facilmente dar possi di piglio;
ma che meni legato in una corda,
e che tu impiaghi del medesmo artiglio
alcun, che per altezza era d’ingegno,
se te schivar potea, d’ogni onor degno.

2
Alcun la terra e ‘l mare e ‘l ciel misura,
e render sa tutte le cause a pieno
d’ogni opra, d’ogni effetto di Natura,
e poggia sì ch’a Dio riguarda in seno;
e non può aver più ferma e maggior cura,
morso dal tuo mortifero veleno,
ch’unir tesoro: e questo sol gli preme,
e ponvi ogni salute, ogni sua speme.

3
Rompe eserciti alcuno, e ne le porte
si vede entrar di bellicose terre,
ed esser primo a porre il petto forte,
ultimo a trarre, in perigliose guerre;
e non può riparar che sino a morte
tu nel tuo cieco carcere nol serre.
Altri d’altre arti e d’altri studi industri,
oscuri fai, che sarian chiari e illustri.

4
Che d’alcune dirò belle e gran donne
ch’a bellezza, a virtù de fidi amanti,
a lunga servitù, più che colonne
io veggo dure, immobili e costanti?
Veggo venir poi l’Avarizia, e ponne
far sì, che par che subito le incanti:
in un dì, senza amor (chi fia che ‘l creda?)
a un vecchio, a un brutto, a un mostro le dà in preda.

5
Non è senza cagion s’io me ne doglio:
intendami chi può, che m’intend’io.
Né però di proposito mi toglio,
né la materia del mio canto oblio;
ma non più a quel c’ho detto, adattar voglio,
ch’a quel ch’io v’ho da dire, il parlar mio.
Or torniamo a contar del paladino
ch’ad assaggiare il vaso fu vicino.

6
Io vi dicea ch’alquanto pensar volle,
prima ch’ai labri il vaso s’appressasse.
Pensò, e poi disse: – Ben sarebbe folle
chi quel che non vorria trovar, cercasse.
Mia donna è donna, ed ogni donna è molle:
lasciàn star mia credenza come stasse.
Sin qui m’ha il creder mio giovato, e giova:
che poss’io megliorar per farne prova?

7
Potria poco giovare e nuocer molto;
che ‘l tentar qualche volta Idio disdegna.
Non so s’in questo io mi sia saggio o stolto;
ma non vo’ più saper, che mi convegna.
Or questo vin dinanzi mi sia tolto:
sete non n’ho, né vo’ che me ne vegna;
che tal certezza ha Dio più proibita,
ch’al primo padre l’arbor de la vita.

8
Che come Adam, poi che gustò del pomo
che Dio con propria bocca gl’interdisse,
da la letizia al pianto fece un tomo,
onde in miseria poi sempre s’afflisse;
così, se de la moglie sua vuol l’uomo
tutto saper quanto ella fece e disse,
cade de l’allegrezze in pianti e in guai,
onde non può più rilevarsi mai. –

9
Così dicendo il buon Rinaldo, e intanto
respingendo da sé l’odiato vase,
vide abondare un gran rivo di pianto
dagli occhi del signor di quelle case,
che disse, poi che racchetossi alquanto:
– Sia maledetto chi mi persuase
ch’io facesse la prova, ohimè! di sorte,
che mi levò la dolce mia consorte.

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