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Testo del canto 37 (XXXVII) del poema Orlando Furioso

40
Nimico è sì costui del nostro nome,
che non ci vuol, più ch’io vi dico, appresso,
né ch’a noi venga alcun de’ nostri, come
l’odor l’ammorbi del femineo sesso.
Già due volte l’onor de le lor chiome
s’hanno spogliato gli alberi e rimesso,
da indi in qua che ‘l rio signor vaneggia
in furor tanto: e non è chi ‘l correggia;

41
che ‘l populo ha di lui quella paura
che maggior aver può l’uom de la morte;
ch’aggiunto al mal voler gli ha la natura
una possanza fuor d’umana sorte.
Il corpo suo di gigantea statura
è più, che di cent’altri insieme, forte.
Né pure a noi sue suddite è molesto,
ma fa alle strane ancor peggio di questo.

42
Se l’onor vostro, e queste tre vi sono
punto care, ch’avete in compagnia,
più vi sarà sicuro, utile e buono
non gir più inanzi, e trovar altra via.
Questa al castel de l’uom di ch’io ragiono,
a provar mena la costuma ria
che v’ha posta il crudel con scorno e danno
di donne e di guerrier che di là vanno.

43
Marganor il fellon (così si chiama
il signore, il tiran di quel castello),
del qual Nerone, o s’altri è ch’abbia fama
di crudeltà, non fu più iniquo e fello,
il sangue uman, ma ‘l feminil più brama,
che ‘l lupo non lo brama de l’agnello.
Fa con onta scacciar le donne tutte
da lor ria sorte a quel castel condutte. –

44
Perché quell’empio in tal furor venisse,
volson le donne intendere e Ruggiero:
pregar colei, ch’in cortesia seguisse,
anzi che cominciasse il conto intero.
– Fu il signor del castel (la donna disse)
sempre crudel, sempre inumano e fiero;
ma tenne un tempo il cor maligno ascosto,
né si lasciò conoscer così tosto:

45
che mentre duo suoi figli erano vivi,
molto diversi dai paterni stili,
ch’amavan forestieri, ed eran schivi
di crudeltade e degli altri atti vili;
quivi le cortesie fiorivan, quivi
i bei costumi e l’opere gentili:
che ‘l padre mai, quantunque avaro fosse,
da quel che lor piacea non li rimosse.

46
Le donne e i cavallier che questa via
facean talor, venian sì ben raccolti,
che si partian de l’alta cortesia
dei duo germani inamorati molti.
Amendui questi di cavalleria
parimente i santi ordini avean tolti:
Cilandro l’un, l’altro Tanacro detto,
gagliardi, arditi e di reale aspetto.

47
Ed eran veramente, e sarian stati
sempre di laude degni e d’ogni onore,
s’in preda non si fossino sì dati
a quel desir che nominiamo amore;
per cui dal buon sentier fur traviati
al labirinto ed al camin d’errore;
e ciò che mai di buono aveano fatto,
restò contaminato e brutto a un tratto.

48
Capitò quivi un cavallier di corte
del greco imperator, che seco avea
una sua donna di maniere accorte,
bella quanto bramar più si potea.
Cilandro in lei s’inamorò sì forte,
che morir, non l’avendo, gli parea:
gli parea che dovesse, alla partita
di lei, partire insieme la sua vita.

49
E perché i prieghi non v’avriano loco,
di volerla per forza si dispose.
Armossi, e dal castel lontano un poco,
ove passar dovean, cheto s’ascose.
L’usata audacia e l’amoroso fuoco
non gli lasciò pensar troppo le cose:
sì che vedendo il cavallier venire,
l’andò lancia per lancia ad assalire.

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