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Testo del canto 35 (XXXV) del poema Orlando Furioso

1
Chi salirà per me, madonna, in cielo
a riportarne il mio perduto ingegno?
che, poi ch’uscì da’ bei vostri occhi il telo
che ‘l cor mi fisse, ognor perdendo vegno.
Né di tanta iattura mi querelo,
pur che non cresca, ma stia a questo segno;
ch’io dubito, se più si va scemando,
di venir tal, qual ho descritto Orlando.

2
Per riaver l’ingegno mio m’è aviso
che non bisogna che per l’aria io poggi
nel cerchio de la luna o in paradiso;
che ‘l mio non credo che tanto alto alloggi.
Ne’ bei vostri occhi e nel sereno viso,
nel sen d’avorio e alabastrini poggi
se ne va errando; ed io con queste labbia
lo corrò, se vi par ch’io lo riabbia.

3
Per gli ampli tetti andava il paladino
tutte mirando le future vite,
poi ch’ebbe visto sul fatal molino
volgersi quelle ch’erano già ordite:
e scorse un vello che più che d’or fino
splender parea; né sarian gemme trite,
s’in filo si tirassero con arte,
da comparargli alla millesma parte.

4
Mirabilmente il bel vello gli piacque,
che tra infiniti paragon non ebbe;
e di sapere alto disio gli nacque,
quando sarà tal vita, e a chi si debbe.
L’evangelista nulla gliene tacque:
che venti anni principio prima avrebbe
che col .M. e col .D. fosse notato
l’anno corrente dal Verbo incarnato,

5
E come di splendore e di beltade
quel vello non avea simile o pare,
così saria la fortunata etade
che dovea uscirne al mondo singulare;
perché tutte le grazie inclite e rade
ch’alma Natura, o proprio studio dare,
o benigna Fortuna ad uomo puote,
avrà in perpetua ed infallibil dote.

6
– Del re de’ fiumi tra l’altiere corna
or siede umil (diceagli) e piccol borgo:
dinanzi il Po, di dietro gli soggiorna
d’alta palude un nebuloso gorgo;
che, volgendosi gli anni, la più adorna
di tutte le città d’Italia scorgo,
non pur di mura e d’ampli tetti regi,
ma di bei studi e di costumi egregi.

7
Tanta esaltazione e così presta,
non fortuìta o d’aventura casca;
ma l’ha ordinata il ciel, perché sia questa
degna in che l’uom di ch’io ti parlo, nasca:
che, dove il frutto ha da venir, s’inesta
e con studio si fa crescer la frasca;
e l’artefice l’oro affinar suole,
in che legar gemma di pregio vuole.

8
Né sì leggiadra né sì bella veste
unque ebbe altr’alma in quel terrestre regno;
e raro è sceso e scenderà da queste
sfere superne un spirito sì degno,
come per farne Ippolito da Este
n’have l’eterna mente alto disegno.
Ippolito da Este sarà detto
l’uom a chi Dio sì ricco dono ha eletto.

9
Quegli ornamenti che divisi in molti,
a molti basterian per tutti ornarli,
in suo ornamento avrà tutti raccolti
costui, di c’hai voluto ch’io ti parli.
Le virtudi per lui, per lui soffolti
saran gli studi; e s’io vorrò narrar li
alti suoi merti, al fin son sì lontano,
ch’Orlando il senno aspetterebbe invano. –

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