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Testo del canto 33 (XXXIII) del poema Orlando Furioso

80
Due spade altre non so per prova elette
ad esser ferme e solide e ben dure,
ch’a tre colpi di quei si fosser rette,
ch’erano fuor di tutte le misure:
ma quelle fur di tempre sì perfette,
per tante esperienze sì sicure,
che ben poteano insieme riscontrarsi
con mille colpi e più, senza spezzarsi.

81
Or qua Rinaldo, or là mutando il passo,
con gran destrezza e molta industria ed arte
fuggia di Durindana il gran fracasso,
che sa ben come spezza il ferro e parte.
Ferìa maggior percosse il re Gradasso;
ma quasi tutte al vento erano sparte:
se coglieva talor, coglieva in loco
ove potea gravare e nuocer poco.

82
L’altro con più ragion sua spada inchina,
e fa spesso al pagan stordir le braccia;
e quando ai fianchi e quando ove confina
la corazza con l’elmo, gli la caccia:
ma trova l’armatura adamantina,
sì ch’una maglia non ne rompe o straccia.
Se dura e forte la ritrova tanto,
avvien perch’ella è fatta per incanto.

83
Senza prender riposo erano stati
gran pezzo tanto alla battaglia fisi,
che volti gli occhi in nessun mai de’ lati
aveano, fuor che nei turbati visi;
quando da un’altra zuffa distornati,
e da tanto furor furon divisi.
Ambi voltaro a un gran strepito il ciglio,
e videro Baiardo in gran periglio.

84
Vider Baiardo a zuffa con un mostro
ch’era più di lui grande, ed era augello:
avea più lungo di tre braccia il rostro;
l’altre fattezze avea di vipistrello;
avea la piuma negra come inchiostro;
avea l’artiglio grande, acuto e fello;
occhi di fuoco, e sguardo avea crudele;
l’ale avea grandi, che parean due vele.

85
Forse era vero augel, ma non so dove
o quando un altro ne sia stato tale.
Non ho veduto mai, né letto altrove,
fuor ch’in Turpin, d’un sì fatto animale:
questo rispetto a credere mi muove,
che l’augel fosse un diavolo infernale
che Malagigi in quella forma trasse,
acciò che la battaglia disturbasse.

86
Rinaldo il credette anco, e gran parole
e sconce poi con Malagigi n’ebbe.
Egli già confessar non glielo vuole;
e perché tor di colpa si vorrebbe,
giura pel lume che dà lume al sole,
che di questo imputato esser non debbe.
Fosse augello o demonio, il mostro scese
sopra Baiardo, e con l’artiglio il prese.

87
Le redine il destrier, ch’era possente,
subito rompe, e con sdegno e con ira
contra l’augello i calci adopra e ‘l dente;
ma quel veloce in aria si ritira:
indi ritorna, e con l’ugna pungente
lo va battendo, e d’ogn’intorno aggira.
Baiardo offeso, e che non ha ragione
di schermo alcun, ratto a fuggir si pone.

88
Fugge Baiardo alla vicina selva,
e va cercando le più spesse fronde.
Segue di sopra la pennuta belva
con gli occhi fisi ove la via seconde;
ma pure il buon destrier tanto s’inselva,
ch’al fin sotto una grotta si nasconde.
Poi che l’alato ne perde la traccia,
ritorna in cielo, e cerca nuova caccia.

89
Rinaldo e ‘l re Gradasso, che partire
veggono la cagion de la lor pugna,
restan d’accordo quella differire
fin che Baiardo salvino da l’ugna
che per la scura selva il fa fuggire;
con patto, che qual d’essi lo raggiugna,
a quella fonte lo restituisca,
ove la lite lor poi si finisca.

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