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Testo del canto 33 (XXXIII) del poema Orlando Furioso

20
Vedete un altro Carlo, che a’ conforti
del buon Pastor fuoco in Italia ha messo;
e in due fiere battaglie ha duo re morti,
Manfredi prima, e Coradino appresso.
Poi la sua gente, che con mille torti
sembra tenere il nuovo regno oppresso,
di qua e di là per le città divisa,
vedete a un suon di vespro tutta uccisa. –

21
Lor mostra poi (ma vi parea intervallo
di molti e molti, non ch’anni, ma lustri)
scender dai monti un capitano Gallo,
e romper guerra ai gran Visconti illustri;
e con gente francesca a piè e a cavallo
par ch’Alessandria intorno cinga e lustri;
e che ‘l duca il presidio dentro posto,
e fuor abbia l’aguato un po’ discosto;

22
e la gente di Francia malaccorta,
tratta con arte ove la rete è tesa,
col conte Armeniaco, la cui scorta
l’avea condotta all’infelice impresa,
giaccia per tutta la campagna morta,
parte sia tratta in Alessandria presa:
e di sangue non men che d’acqua grosso,
il Tanaro si vede il Po far rosso.

23
Un, detto de la Marca, e tre Angioini
mostra l’un dopo l’altro, e dice: – Questi
a Bruci, a Dauni, a Marsi, a Salentini
vedete come son spesso molesti.
Ma né de’ Franchi val né de’ Latini
aiuto sì, ch’alcun di lor vi resti:
ecco li caccia fuor del regno, quante
volte vi vanno, Alfonso e poi Ferrante.

24
Vedete Carlo ottavo, che discende
da l’Alpe, e seco ha il fior di tutta Francia,
che passa il Liri e tutto ‘l regno prende
senza mai stringer spada o abbassar lancia,
fuor che lo scoglio ch’a Tifeo si stende
su le braccia, sul petto e su la pancia;
che del buon sangue d’Avalo al contrasto
la virtù trova d’Inico del Vasto. –

25
Il signor de la rocca, che venìa
quest’istoria additando a Bradamante,
mostrato che l’ebbe Ischia, disse: – Pria
ch’a vedere altro più vi meni avante,
io vi dirò quel ch’a me dir solia
il bisavolo mio, quand’io era infante,
e quel che similmente mi dicea
che da suo padre udito anch’esso avea;

26
e ‘l padre suo da un altro, o padre o fosse
avolo, e l’un da l’altro sin a quello
ch’a udirlo da quel proprio ritrovosse,
che l’imagini fe’ senza pennello,
che qui vedete bianche, azzurre e rosse:
udì che, quando al re mostrò il castello
ch’or mostro a voi su quest’altiero scoglio,
gli disse quel ch’a voi riferir voglio.

27
Udì che gli dicea ch’in in questo loco
di quel buon cavallier che lo difende
con tanto ardir, che par disprezzi il fuoco
che d’ogn’intorno e sino al Faro incende,
nascer debbe in quei tempi o dopo poco
(e ben gli disse l’anno e le calende)
un cavalliero, a cui sarà secondo
ogn’altro che sin qui sia stato al mondo.

28
Non fu Nireo sì bel, non sì eccellente
di forze Achille, e non sì ardito Ulisse,
non sì veloce Lada, non prudente
Nestor, che tanto seppe e tanto visse,
non tanto liberal, tanto clemente,
l’antica fama Cesare descrisse;
che verso l’uom ch’in Ischia nascer deve,
non abbia ogni lor vanto a restar lieve.

29
E se si gloriò l’antiqua Creta,
quando il nipote in lei nacque di Celo,
se Tebe fece Ercole e Bacco lieta,
se si vantò dei duo gemelli Delo;
né questa isola avrà da starsi cheta,
che non s’esalti e non si levi in cielo,
quando nascerà in lei quel gran marchese
ch’avrà sì d’ogni grazia il ciel cortese.

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