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Testo del canto 33 (XXXIII) del poema Orlando Furioso

110
Inteso avea che su quel monte alpestre,
ch’oltre alle nubi e presso al ciel si leva,
era quel paradiso che terrestre
si dice, ove abitò già Adamo ed Eva.
Con camelli, elefanti, e con pedestre
esercito, orgoglioso si moveva
con gran desir, se v’abitava gente,
di farla alle sue leggi ubbidiente.

111
Dio gli ripresse il temerario ardire,
e mandò l’angel suo tra quelle frotte,
che centomila ne fece morire,
e condannò lui di perpetua notte.
Alla sua mensa poi fece venire
l’orrendo mostro da l’infernal grotte,
che gli rapisce e contamina i cibi,
né lascia che ne gusti o ne delibi.

112
Ed in desperazion continua il messe
uno che già gli avea profetizzato
che le sue mense non sariano oppresse
da la rapina e da l’odore ingrato,
quando venir per l’aria si vedesse
un cavallier sopra un cavallo alato.
Perché dunque impossibil parea questo,
privo d’ogni speranza vivea mesto.

113
Or che con gran stupor vede la gente
sopra ogni muro e sopra ogn’alta torre
entrare il cavalliero, immantinente
è chi a narrarlo al re di Nubia corre,
a cui la profezia ritorna a mente;
ed obliando per letizia torre
la fedel verga, con le mani inante
vien brancolando al cavallier volante.

114
Astolfo ne la piazza del castello
con spaziose ruote in terra scese.
Poi che fu il re condotto inanzi a quello,
inginochiossi, e le man giunte stese,
e disse: – Angel di Dio, Messi novello,
s’io non merto perdono a tante offese,
mira che proprio è a noi peccar sovente,
a voi perdonar sempre a chi si pente.

115
Del mio error consapevole, non chieggio
né chiederti ardirei gli antiqui lumi.
Che tu lo possa far, ben creder deggio,
che sei de’ cari a Dio beati numi.
Ti basti il gran martìr ch’io non ci veggio,
senza ch’ognor la fame mi consumi:
almen discaccia le fetide arpie,
che non rapiscan le vivande mie.

116
E di marmore un tempio ti prometto
edificar de l’alta regia mia,
che tutte d’oro abbia le porte e ‘l tetto,
e dentro e fuor di gemme ornato sia;
e dal tuo santo nome sarà detto,
e del miracol tuo scolpito fia. –
Così dicea quel re che nulla vede,
cercando invan baciare al duca il piede.

117
Rispose Astolfo: – Né l’angel di Dio,
né son Messia novel, né dal cielo vegno;
ma son mortale e peccatore anch’io,
di tanta grazia a me concessa indegno.
Io farò ogn’opra acciò che ‘l mostro rio,
per morte o fuga, io ti levi del regno.
S’io il fo, me non, ma Dio ne loda solo,
che per tuo aiuto qui mi drizzò il volo.

118
Fa questi voti a Dio, debiti a lui;
a lui le chiese edifica e gli altari. –
Così parlando, andavano ambidui
verso il castello fra i baron preclari.
Il re commanda ai servitori sui
che subito il convito si prepari,
sperando che non debba essergli tolta
la vivanda di mano a questa volta.

119
Dentro una ricca sala immantinente
apparecchiossi il convito solenne.
Col Senapo s’assise solamente
il duca Astolfo, e la vivanda venne.
Ecco per l’aria lo stridor si sente,
percossa intorno da l’orribil penne;
ecco venir l’arpie brutte e nefande,
tratte dal cielo a odor de le vivande.

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