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Testo del canto 32 (XXXII) del poema Orlando Furioso

30
Ma come poi soggiunse, una donzella
esser nel campo, nomata Marfisa,
che men non era che gagliarda, bella,
né meno esperta d’arme in ogni guisa;
che lei Ruggiero amava e Ruggiero ella,
ch’egli da lei, ch’ella da lui divisa
si vedea raro, e ch’ivi ognuno crede
che s’abbiano tra lor data la fede;

31
e che come Ruggier si faccia sano,
il matrimonio publicar si deve;
e ch’ogni re, ogni principe pagano
gran piacere e letizia ne riceve,
che de l’uno e de l’altro sopraumano
conoscendo il valor, sperano in breve
far una razza d’uomini da guerra
la più gagliarda che mai fosse in terra;

32
credea il Guascon quel che dicea, non senza
cagion; che ne l’esercito de’ Mori
openione e universal credenza,
e publico parlar n’era di fuori.
I molti segni di benivolenza
stati tra lor facean questi romori;
che tosto o buona o ria che la fama esce
fuor d’una bocca, in infinito cresce.

33
L’esser venuta a’ Mori ella in aita
con lui, né senza lui comparir mai,
avea questa credenza stabilita;
ma poi l’avea accresciuta pur assai,
ch’essendosi del campo già partita
portandone Brunel (come io contai),
senza esservi d’alcuno richiamata,
sol per veder Ruggier v’era tornata.

34
Sol per lui visitar, che gravemente
languia ferito, in campo venuta era,
non una sola volta, ma sovente;
vi stava il giorno e si partia la sera:
e molto più da dir dava alla gente,
ch’essendo conosciuta così altiera,
che tutto ‘l mondo a sé le parea vile,
solo a Ruggier fosse benigna e umile;

35
come il Guascon questo affermò per vero,
fu Bradamante da cotanta pena,
da cordoglio assalita così fiero,
che di quivi cader si tenne a pena.
Voltò, senza far motto, il suo destriero,
di gelosia, d’ira e di rabbia piena;
e da sé discacciata ogni speranza,
ritornò furibonda alla sua stanza.

36
E senza disarmarsi, sopra il letto,
col viso volta in giù, tutta si stese,
ove per non gridar, sì che sospetto
di sé facesse, i panni in bocca prese;
e ripetendo quel che l’avea detto
il cavalliero, in tal dolor discese,
che più non lo potendo sofferire,
fu forza a disfogarlo, e così a dire:

37
– Misera! a chi mai più creder debb’io?
Vo’ dir ch’ognuno è perfido e crudele,
se perfido e crudel sei, Ruggier mio,
che sì pietoso tenni e sì fedele.
Qual crudeltà, qual tradimento rio
unqua s’udì per tragiche querele,
che non trovi minor, se pensar mai
al mio merto e al tuo debito vorai?

38
Perché, Ruggier, come di te non vive
cavallier di più ardir, di più bellezza,
né che a gran pezzo al tuo valore arrive,
né a’ tuoi costumi, né a tua gentilezza;
perché non fai che fra tue illustri e dive
virtù, si dica ancor ch’abbi fermezza?
si dica ch’abbi inviolabil fede?
a chi ogn’altra virtù s’inchina e cede.

39
Non sai che non compar, se non v’è quella,
alcun valore, alcun nobil costume?
come né cosa (e sia quanto vuol bella)
si può vedere ove non splenda lume.
Facil ti fu ingannare una donzella
di cui tu signore eri, idolo e nume,
a cui potevi far con tue parole
creder che fosse oscuro e freddo il sole.

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