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Testo del canto 32 (XXXII) del poema Orlando Furioso

10
Intanto Bradamante iva accusando
che così lunghi sian quei venti giorni,
li quai finiti, il termine era quando
a lei Ruggiero ed alla fede torni.
A chi aspetta di carcere o di bando
uscir, non par che ‘l tempo più soggiorni
a dargli libertade, o de l’amata
patria vista gioconda e disiata.

11
In quel duro aspettare ella talvolta
pensa ch’Eto e Piròo sia fatto zoppo;
o sia la ruota guasta, ch’a dar volta
le par che tardi, oltr’all’usato, troppo.
Più lungo di quel giorno a cui, per molta
fede, nel cielo il giusto Ebreo fe’ intoppo,
più de la notte ch’Ercole produsse,
parea lei ch’ogni notte, ogni dì fusse.

12
Oh quante volte da invidiar le diero
e gli orsi e i ghiri e i sonnacchiosi tassi!
che quel tempo voluto avrebbe intero
tutto dormir, che mai non si destassi;
né potere altro udir, fin che Ruggiero
dal pigro sonno lei non richiamassi.
Ma non pur questo non può far, ma ancora
non può dormir di tutta notte un’ora.

13
Di qua di là va le noiose piume
tutte premendo, e mai non si riposa.
Spesso aprir la finestra ha per costume,
per veder s’anco di Titon la sposa
sparge dinanzi al matutino lume
il bianco giglio e la vermiglia rosa:
non meno ancor, poi che nasciuto è ‘l giorno,
brama vedere il ciel di stelle adorno.

14
Poi che fu quattro o cinque giorni appresso
il termine a finir, piena di spene
stava aspettando d’ora in ora il messo
che le apportasse: – Ecco Ruggier che viene. –
Montava sopra un’alta torre spesso,
ch’i folti boschi e le campagne amene
scopria d’intorno, e parte de la via
onde di Francia a Montalban si gìa.

15
Se di lontano o splendor d’arme vede,
o cosa tal ch’a cavallier simiglia,
che sia il suo disiato Ruggier crede,
e rasserena i begli occhi e le ciglia;
se disarmato o viandante a piede,
che sia messo di lui speranza piglia:
e se ben poi fallace la ritrova,
pigliar non cessa una ed un’altra nuova.

16
Credendolo incontrar, talora armossi,
scese dal monte e giù calò nel piano;
né lo trovando, si sperò che fossi
per altra strada giunto a Montalbano:
e col disir con ch’avea i piedi mossi
fuor del castel, ritornò dentro invano.
Né qua né là trovollo; e passò intanto
il termine aspettato da lei tanto.

17
Il termine passò d’uno, di dui,
di tre giorni, di sei, d’otto e di venti;
né vedendo il suo sposo, né di lui
sentendo nuova, incominciò lamenti
ch’avrian mosso a pietà nei regni bui
quelle Furie crinite di serpenti;
e fece oltraggio a’ begli occhi divini,
al bianco petto, all’aurei crespi crini.

18
– Dunque fia ver (dicea) che mi convegna
cercare un che mi fugge e mi s’asconde?
Dunque debbo prezzare un che mi sdegna?
Debbo pregar chi mai non mi risponde?
Patirò che chi m’odia, il cor mi tegna?
un che sì stima sue virtù profonde,
che bisogno sarà che dal ciel scenda
immortal dea che ‘l cor d’amor gli accenda.

19
Sa questo altier ch’io l’amo e ch’io l’adoro,
né mi vuol per amante né per serva.
Il crudel sa che per lui spasmo e moro,
e dopo morte a darmi aiuto serva.
E perché io non gli narri il mio martoro
atto a piegar la sua voglia proterva,
da me s’asconde, come aspide suole,
che, per star empio, il canto udir non vuole.

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