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Testo del canto 31 (XXXI) del poema Orlando Furioso

80
Nel primo sonno dentro al padiglione
dormia Agramante; e un cavallier lo desta,
dicendogli che fia fatto prigione,
se la fuga non è via più che presta.
Guarda il re intorno, e la confusione
vede dei suoi, che van senza far testa
chi qua chi là fuggendo inermi e nudi,
che non han tempo di pur tor gli scudi.

81
Tutto confuso e privo di consiglio
si facea porre indosso la corazza,
quando con Falsiron vi giunse il figlio,
Grandonio e Balugante e quella razza;
e al re Agramante mostrano il periglio
di restar morto o preso in quella piazza:
e che può dir, se salva la persona,
che Fortuna gli sia propizia e buona.

82
Così Marsilio e così il buon Sobrino,
e così dicon gli altri ad una voce,
ch’a sua distruzion tanto è vicino,
quanto a Rinaldo il qual ne vien veloce;
che s’aspetta che giunga il paladino
con tanta gente, e un uom tanto feroce,
render certo si può ch’egli e i suo’ amici
rimarran morti, o in man degli nimici.

83
Ma ridur si può in Arli o sia in Narbona
con quella poca gente c’ha d’intorno;
che l’una e l’altra terra è forte e buona
da mantener la guerra più d’un giorno:
e quando salva sia la sua persona,
si potrà vendicar di questo scorno,
rifacendo l’esercito in un tratto,
onde al fin Carlo ne sarà disfatto.

84
Il re Agramante al parer lor s’attenne,
ben che ‘l partito fosse acerbo e duro.
Andò verso Arli, e parve aver le penne,
per quel camin che più trovò sicuro.
Oltre alle guide, in gran favor gli venne
che la partita fu per l’aer scuro.
Ventimila tra d’Africa e di Spagna
fur, ch’a Rinaldo uscir fuor de la ragna.

85
Quei ch’egli uccise e quei che i suoi fratelli,
quei che i duo figli del signor di Vienna,
quei che provaro empi nimici e felli
i settecento a cui Rinaldo accenna,
e quei che spense Sansonetto, e quelli
che ne la fuga s’affogaro in Senna,
chi potesse contar, conteria ancora
ciò che sparge d’april Favonio e Flora.

86
Istima alcun che Malagigi parte
ne la vittoria avesse de la notte;
non che di sangue le campagne sparte
fosser per lui, né per lui teste rotte:
ma che gl’infernali angeli per arte
facesse uscir da le tartaree grotte,
e con tante bandiere e tante lance,
ch’insieme più non ne porrian due France;

87
e che facesse udir tanti metalli,
tanti tamburi e tanti varii suoni,
tanti anitriri in voce di cavalli,
tanti gridi e tumulti di pedoni,
che risonare e piani e monti e valli
dovean de le longique regioni:
ed ai Mori con questo un timor diede,
che li fece voltare in fuga il piede.

88
Non si scordò il re d’Africa Ruggiero,
ch’era ferito e stava ancora grave.
Quanto poté più acconcio s’un destriero
lo fece por, ch’avea l’andar soave;
e poi che l’ebbe tratto ove il sentiero
fu più sicuro, il fe’ posar in nave,
e verso Arli portar commodamente,
dove s’avea a raccor tutta la gente.

89
Quei ch’a Rinaldo e a Carlo dier le spalle
(fur, credo, centomila o poco manco),
per campagne, per boschi e monte e valle
cercaro uscir di man del popul franco;
ma la più parte trovò chiuso il calle,
e fece rosso ov’era verde e bianco.
Così non fece il re di Sericana,
ch’avea da lor la tenda più lontana:

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