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Testo del canto 30 (XXX) del poema Orlando Furioso

10
Quindi partito, venne ad una terra,
Zizera detta, che siede allo stretto
di Zibeltarro, o vuoi di Zibelterra,
che l’uno e l’altro nome le vien detto;
ove una barca che sciogliea da terra
vide piena di gente da diletto,
che solazzando all’aura matutina,
gìa per la tranquillissima marina.

11
Cominciò il pazzo a gridar forte: -Aspetta! –
che gli venne disio d’andare in barca.
Ma bene invano e i gridi e gli urli getta;
che volentier tal merce non si carca.
Per l’acqua il legno va con quella fretta
che va per l’aria irondine che varca.
Orlando urta il cavallo e batte e stringe,
e con un mazzafrusto all’acqua spinge.

12
Forza è ch’al fin nell’acqua il cavallo entre,
ch’invan contrasta, e spende invano ogni opra:
bagna i genocchi, e poi la groppa e ‘l ventre,
indi la testa, e a pena appar di sopra.
Tornare a dietro non si speri, mentre
la verga tra l’orecchie se gli adopra.
Misero! o si convien tra via affogare,
o nel lito african passare il mare.

13
Non vede Orlando più poppe né sponde
che tratto in mar l’avean dal lito asciutto;
che son troppo lontane, e le nasconde
agli occhi bassi l’alto e mobil flutto:
e tuttavia il destrier caccia tra l’onde,
ch’andar di là dal mar dispone in tutto.
Il destrier, d’acqua pieno e d’alma voto,
finalmente finì la vita e il nuoto.

14
Andò nel fondo, e vi traea la salma,
se non si tenea Orlando in su le braccia.
Mena le gambe e l’una e l’altra palma,
e soffia, e l’onda spinge da la faccia.
Era l’aria soave e il mare in calma:
e ben vi bisognò più che bonaccia;
ch’ogni poco che ‘l mar fosse più sorto,
restava il paladin ne l’acqua morto.

15
Ma la Fortuna, che dei pazzi ha cura,
del mar lo trasse nel lito di Setta,
in una spiaggia, lungi da le mura
quanto sarian duo tratti di saetta.
Lungo il mar molti giorni alla ventura
verso levante andò correndo in fretta;
fin che trovò, dove tendea sul lito
di nera gente esercito infinito.

16
Lasciamo il paladin ch’errando vada:
ben di parlar di lui tornerà tempo.
Quanto, Signore, ad Angelica accada
dopo ch’uscì di man del pazzo a tempo;
e come a ritornare in sua contrada
trovasse e buon navilio e miglior tempo,
e de l’India a Medor desse lo scettro,
forse altri canterà con miglior plettro.

17
Io sono a dir tante altre cose intento,
che di seguir più questa non mi cale.
Volger conviemmi il bel ragionamento
al Tartaro, che spinto il suo rivale,
quella bellezza si godea contento,
a cui non resta in tutta Europa uguale,
poscia che se n’è Angelica partita,
e la casta Issabella al ciel salita.

18
De la sentenza Mandricardo altiero,
ch’in suo favor la bella donna diede,
non può fruir tutto il diletto intero;
che contra lui son altre liti in piede.
L’una gli muove il giovene Ruggiero,
perché l’aquila bianca non gli cede;
l’altra il famoso re di Sericana,
che da lui vuol la spada Durindana.

19
S’affatica Agramante, né disciorre,
né Marsilio con lui, sa questo intrico:
né solamente non li può disporre
che voglia l’un de l’altro essere amico;
ma che Ruggiero a Mandricardo torre
lasci lo scudo del Troiano antico,
o Gradasso la spada non gli vieti,
tanto che questa o quella lite accheti.

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