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Testo del canto 27 (XXVII) del poema Orlando Furioso

1
Molti consigli de le donne sono
meglio improviso, ch’a pensarvi, usciti;
che questo è speziale e proprio dono
fra tanti e tanti lor dal ciel largiti.
Ma può mal quel degli uomini esser buono,
che maturo discorso non aiti,
ove non s’abbia a ruminarvi sopra
speso alcun tempo e molto studio ed opra.

2
Parve, e non fu però buono il consiglio
di Malagigi, ancor che (come ho detto)
per questo di grandissimo periglio
liberassi il cugin suo Ricciardetto.
A levare indi Rodomonte e il figlio
del re Agrican, lo spirto avea costretto,
non avvertendo che sarebbon tratti
dove i cristian ne rimarrian disfatti.

3
Ma se spazio a pensarvi avesse avuto,
creder si può che dato similmente
al suo cugino avria debito aiuto,
né fatto danno alla cristiana gente.
Commandare allo spirto avria potuto,
ch’alla via di levante o di ponente
sì dilungata avesse la donzella,
che non n’udisse Francia più novella.

4
Così gli amanti suoi l’avrian seguìta,
come a Parigi, anco in ogn’altro loco;
ma fu questa avvertenza inavvertita
da Malagigi, per pensarvi poco:
e la Malignità dal ciel bandita,
che sempre vorria sangue e strage e fuoco,
prese la via donde più Carlo afflisse,
poi che nessuna il mastro gli prescrisse.

5
Il palafren ch’avea il demonio al fianco,
portò la spaventata Doralice,
che non poté arrestarla fiume, e manco
fossa, bosco, palude, erta o pendice;
fin che per mezzo il campo inglese e franco,
e l’altra moltitudine fautrice
de l’insegne di Cristo, rassegnata
non l’ebbe al padre suo re di Granata.

6
Rodomonte col figlio d’Agricane
la seguitaro il primo giorno un pezzo,
che le vedean le spalle, ma lontane:
di vista poi perderonla da sezzo,
e venner per la traccia, come il cane
la lepre o il capriol trovare avezzo;
né si fermar, che furo in parte, dove
di lei ch’era col padre ebbono nuove.

7
Guardati, Carlo, che ‘l ti viene addosso
tanto furor, ch’io non ti veggo scampo:
né questi pur, ma ‘l re Gradasso è mosso
con Sacripante a danno del tuo campo.
Fortuna, per toccarti fin all’osso,
ti tolle a un tempo l’uno e l’altro lampo
di forza e di saper, che vivea teco;
e tu rimaso in tenebre sei cieco.

8
Io ti dico d’Orlando e di Rinaldo;
che l’uno al tutto furioso e folle,
al sereno, alla pioggia, al freddo, al caldo,
nudo va discorrendo il piano e ‘l colle:
l’altro, con senno non troppo più saldo,
d’appresso al gran bisogno ti si tolle;
che non trovando Angelica in Parigi,
si parte, e va cercandone vestigi.

9
Un fraudolente vecchio incantatore
gli fe’ (come a principio vi si disse)
creder per un fantastico suo errore,
che con Orlando Angelica venisse:
ondè di gelosia tocco nel core,
de la maggior ch’amante mai sentisse,
venne a Parigi, e come apparve in corte,
d’ire in Bretagna gli toccò per sorte.

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