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Testo del canto 25 (XXV) del poema Orlando Furioso

60
Fortuna mi tirò fuor del camino
in mezzo un bosco d’intricati rami,
dove odo un grido risonar vicino,
come di donna che soccorso chiami.
V’accorro, e sopra un lago cristallino
ritrovo un fauno ch’avea preso agli ami
in mezzo l’acqua una donzella nuda,
e mangiarsi, il crudel, la volea cruda.

61
Colà mi trassi, e con la spada in mano
(perch’aiutar non la potea altrimente)
tolsi di vita il pescator villano:
ella saltò ne l’acqua immantinente.
– Non m’avrai (disse) dato aiuto invano:
ben ne sarai premiato e riccamente
quanto chieder saprai, perché son ninfa
che vivo dentro a questa chiara linfa;

62
ed ho possanza far cose stupende,
e sforzar gli elementi e la natura.
Ghiedi tu, quanto il mio valor s’estende,
poi lascia a me di satisfarti cura.
Dal ciel la luna al mio cantar discende,
s’agghiaccia il fuoco, e l’aria si fa dura;
ed ho talor con semplici parole
mossa la terra, ed ho fermato il sole. –

63
Non le domando a questa offerta unire
tesor, né dominar populi e terre,
né in più virtù né in più vigor salire,
né vincer con onor tutte le guerre;
ma sol che qualche via donde il desire
vostro s’adempia, mi schiuda e disserre:
né più le domando un ch’un altro effetto,
ma tutta al suo giudicio mi rimetto.

64
Ebbile a pena mia domanda esposta,
ch’un’altra volta la vidi attuffata;
né fece al mio parlare altra risposta,
che di spruzzar vêr me l’acqua incantata:
la qual non prima al viso mi s’accosta,
ch’io (non so come) son tutta mutata.
Io ‘l veggo, io ‘l sento, e a pena vero parmi:
sento in maschio, di femina, mutarmi.

65
E se non fosse che senza dimora
vi potete chiarir, nol credereste:
e qual nell’altro sesso, in questo ancora
ho le mie voglie ad ubbidirvi preste.
Commandate lor pur, che fieno or ora
e sempremai per voi vigile e deste. –
Così le dissi; e feci ch’ella istessa
trovò con man la veritade espressa.

66
Come interviene a chi già fuor di speme
di cosa sia che nel pensier molt’abbia,
che mentre più d’esserne privo geme,
più se n’afflige e se ne strugge e arrabbia;
se ben la trova poi, tanto gli preme
l’aver gran tempo seminato in sabbia,
e la disperazion l’ha sì male uso,
che non crede a se stesso, e sta confuso:

67
così la donna, poi che tocca e vede
quel di ch’avuto avea tanto desire,
agli occhi, al tatto, a se stessa non crede,
e sta dubbiosa ancor di non dormire;
e buona prova bisognò a far fede,
che sentia quel che le parea sentire.
– Fa, Dio (disse ella), se son sogni questi,
ch’io dorma sempre, e mai più non mi desti. –

68
Non rumor di tamburi o suon di trombe
furon principio all’amoroso assalto,
ma baci ch’imitavan le colombe,
davan segno or di gire, or di fare alto.
Usammo altr’arme che saette o frombe.
Io senza scale in su la rocca salto
e lo stendardo piantovi di botto,
e la nimica mia mi caccio sotto.

69
Se fu quel letto la notte dinanti
pien di sospiri e di querele gravi,
non stette l’altra poi senza altretanti
risi, feste, gioir, giochi soavi.
Non con più nodi i flessuosi acanti
le colonne circondano e le travi,
di quelli con che noi legammo stretti
e colli e fianchi e braccia e gambe e petti.

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