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Testo del canto 25 (XXV) del poema Orlando Furioso

30
La mia sorella avea ben conosciuto
che questa donna in cambio l’avea tolta:
né dar poteale a quel bisogno aiuto,
e si trovava in grande impaccio avvolta.
– Gli è meglio (dicea seco) s’io rifiuto
questa avuta di me credenza stolta
e s’io mi mostro femina gentile,
che lasciar riputarmi un uomo vile. –

31
E dicea il ver; ch’era viltade espressa,
conveniente a un uom fatto di stucco,
con cui sì bella donna fosse messa,
piena di dolce e di nettareo succo,
e tuttavia stesse a parlar con essa,
tenendo basse l’ale come il cucco.
Con modo accorto ella il parlar ridusse,
che venne a dir come donzella fusse;

32
che gloria, qual già Ippolita e Camilla,
cerca ne l’arme; e in Africa era nata
in lito al mar ne la città d’Arzilla,
a scudo e a lancia da fanciulla usata.
Per questo non si smorza una scintilla
del fuoco de la donna inamorata.
Questo rimedio all’alta piaga è tardo:
tant’avea Amor cacciato inanzi il dardo.

33
Per questo non le par men bello il viso,
men bel lo sguardo e men belli i costumi;
per ciò non torna il cor, che già diviso
da lei, godea dentro gli amati lumi.
Vedendola in quell’abito, l’è aviso
che può far che ‘l desir non la consumi;
e quando, ch’ella è pur femina, pensa,
sospira e piange e mostra doglia immensa.

34
Chi avesse il suo ramarico e ‘l suo pianto
quel giorno udito, avria pianto con lei.
– Quai tormenti (dicea) furon mai tanto
crudel, che più non sian crudeli i miei?
D’ogn’altro amore, o scelerato o santo,
il desiato fin sperar potrei;
saprei partir la rosa da le spine:
solo il mio desiderio è senza fine!

35
Se pur volevi, Amor, darmi tormento
che t’increscesse il mio felice stato,
d’alcun martìr dovevi star contento,
che fosse ancor negli altri amanti usato.
Né tra gli uomini mai né tra l’armento,
che femina ami femina ho trovato:
non par la donna all’altre donne bella,
né a cervie cervia, né all’agnelle agnella.

36
In terra, in aria, in mar, sola son io
che patisco da te sì duro scempio;
e questo hai fatto acciò che l’error mio
sia ne l’imperio tuo l’ultimo esempio.
La moglie del re Nino ebbe disio,
il figlio amando, scelerato ed empio,
e Mirra il padre, e la Cretense il toro:
ma gli è più folle il mio, ch’alcun dei loro.

37
La femina nel maschio fe’ disegno,
speronne il fine, ed ebbelo, come odo:
Pasife ne la vacca entrò del legno,
altre per altri mezzi e vario modo.
Ma se volasse a me con ogni ingegno
Dedalo, non potria scioglier quel nodo
che fece il mastro troppo diligente,
Natura d’ogni cosa più possente. –

38
Così si duole e si consuma ed ange
la bella donna, e non s’accheta in fretta.
Talor si batte il viso e il capel frange,
e di sé contra sé cerca vendetta.
La mia sorella per pietà ne piange,
ed è a sentir di quel dolor costretta.
Del folle e van disio si studia trarla,
ma non fa alcun profitto, e invano parla.

39
Ella ch’aiuto cerca e non conforto,
sempre più si lamenta e più si duole.
Era del giorno il termine ormai corto,
che rosseggiava in occidente il sole,
ora oportuna da ritrarsi in porto
a chi la notte al bosco star non vuole;
quando la donna invitò Bradamante
a questa terra sua poco distante.

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