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Testo del canto 24 (XXIV) del poema Orlando Furioso

70
Zerbin di qua di là cerca ogni via,
né mai di quel che vuol, cosa gli avviene;
che l’armatura sopra cui feria,
un piccol segno pur non ne ritiene.
Da l’altra parte il re di Tartaria
sopra Zerbino a tal vantaggio viene,
che l’ha ferito in sette parti o in otto,
tolto lo scudo, e mezzo l’elmo rotto.

71
Quel tuttavia più va perdendo il sangue;
manca la forza, e ancor par che nol senta:
il vigoroso cor che nulla langue,
val sì, che ‘l debol corpo ne sostenta.
La donna sua, per timor fatta esangue,
intanto a Doralice s’appresenta,
e la priega e la supplica per Dio,
che partir voglia il fiero assalto e rio.

72
Cortese come bella, Doralice,
né ben sicura come il fatto segua,
fa volentier quel ch’Issabella dice,
e dispone il suo amante a pace e a triegua.
Così a’ prieghi de l’altra l’ira ultrice
di cor fugge a Zerbino e si dilegua:
ed egli, ove a lei par, piglia la strada,
senza finir l’impresa de la spada.

73
Fiordiligi, che mal vede difesa
la buona spada del misero conte,
tacita duolsi, e tanto le ne pesa,
che d’ira piange e battesi la fronte.
Vorria aver Brandimarte a quella impresa;
e se mai lo ritrova e gli lo conte,
non crede poi che Mandricardo vada
lunga stagione altier di quella spada.

74
Fiordiligi cercando pure invano
va Brandimarte suo matina e sera;
e fa camin da lui molto lontano,
da lui che già tornato a Parigi era.
Tanto ella se n’andò per monte e piano,
che giunse ove, al passar d’una riviera,
vide e conobbe il miser paladino;
ma diciàn quel ch’avvenne di Zerbino:

75
che ‘l lasciar Durindana sì gran fallo
gli par, che più d’ogn’altro mal gl’incresce;
quantunque a pena star possa a cavallo
pel molto sangue che gli è uscito ed esce.
Or poi che dopo non troppo intervallo
cessa con l’ira il caldo, il dolor cresce:
cresce il dolor sì impetuosamente,
che mancarsi la vita se ne sente.

76
Per debolezza più non potea gire;
sì che fermossi appresso una fontana.
Non sa che far né che si debba dire
per aiutarlo la donzella umana.
Sol di disagio lo vede morire;
che quindi è troppo ogni città lontana,
dove in quel punto al medico ricorra,
che per pietade o premio gli soccorra.

77
Ella non sa se non invan dolersi,
chiamar fortuna e il cielo empio e crudele.
– Perché, ahi lassa! (dicea) non mi sommersi
quando levai ne l’Oceàn le vele? –
Zerbin che i languidi occhi ha in lei conversi,
sente più doglia ch’ella si querele,
che de la passion tenace e forte
che l’ha condutto omai vicino a morte.

78
– Così, cor mio, vogliate (le diceva),
dopo ch’io sarò morto, amarmi ancora,
come solo il lasciarvi è che m’aggreva
qui senza guida, e non già perch’io mora:
che se in sicura parte m’accadeva
finir de la mia vita l’ultima ora,
lieto e contento e fortunato a pieno
morto sarei, poi ch’io vi moro in seno.

79
Ma poi che ‘l mio destino iniquo e duro
vol ch’io vi lasci, e non so in man di cui;
per questa bocca e per questi occhi giuro,
per queste chiome onde allacciato fui,
che disperato nel profondo oscuro
vo de lo ‘nferno, ove il pensar di vui
ch’abbia così lasciata, assai più ria
sarà d’ogn’altra pena che vi sia. –

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