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Testo del canto 24 (XXIV) del poema Orlando Furioso

20
Almonio disse: – Poi che piace a Dio
(la sua mercé) che sia Issabella teco,
io posso ben comprender, signor mio,
che nulla cosa nuova ora t’arreco,
s’io vo’ dir la cagion che questo rio
fa che cosi legato vedi meco;
che da costei, che più sentì l’offesa,
a punto avrai tutta l’istoria intesa.

21
Come dal traditore io fui schernito
quando da sé levommi, saper déi;
e come poi Corebo fu ferito,
ch’a difender s’avea tolto costei.
Ma quanto al mio ritorno sia seguito,
né veduto né inteso fu da lei,
che te l’abbia potuto riferire:
di questa parte dunque io ti vo’ dire.

22
Da la cittade al mar ratto io veniva
con cavalli ch’in fretta avea trovati,
sempre con gli occhi intenti s’io scopriva
costor che molto a dietro eran restati.
Io vengo inanzi, io vengo in su la riva
del mare, al luogo ove io gli avea lasciati;
io guardo, né di loro altro ritrovo,
che ne l’arena alcun vestigio nuovo.

23
La pesta seguitai, che mi condusse
nel bosco fier; né molto adentro fui,
che, dove il suon l’orecchie mi percusse,
giacere in terra ritrovai costui.
Gli domandai che de la donna fusse,
che d’Odorico, e chi aveva offeso lui.
Io me n’andai, poi che la cosa seppi,
il traditor cercando per quei greppi.

24
Molto aggirando vommi, e per quel giorno
altro vestigio ritrovar non posso.
Dove giacea Corebo al fin ritorno,
che fatto appresso avea il terren sì rosso,
che poco più che vi facea soggiorno,
gli saria stato di bisogno il fosso
e i preti e i frati più per sotterrarlo,
ch’i medici e che ‘l letto per sanarlo.

25
Dal bosco alla città feci portallo,
e posi in casa d’uno ostier mio amico,
che fatto sano in poco termine hallo
per cura ed arte d’un chirurgo antico.
Poi d’arme proveduti e di cavallo
Corebo ed io cercammo d’Odorico,
ch’in corte del re Alfonso di Biscaglia
trovammo; e quivi fui seco a battaglia.

26
La giustizia del re, che il loco franco
de la pugna mi diede, e la ragione,
ed oltre alla ragion la Fortuna anco,
che spesso la vittoria, ove vuol, pone,
mi giovar sì, che di me poté manco
il traditore; onde fu mio prigione.
Il re, udito il gran fallo, mi concesse
di poter farne quanto mi piacesse.

27
Non l’ho voluto uccider né lasciarlo,
ma, come vedi, trarloti in catena;
perché vo’ ch’a te stia di giudicarlo,
se morire o tener si deve in pena.
L’avere inteso ch’eri appresso a Carlo,
e ‘l desir di trovarti qui mi mena.
Ringrazio Dio che mi fa in questa parte,
dove lo sperai meno, ora trovarte.

28
Ringraziolo anco, che la tua Issabella
io veggo (e non so come) che teco hai;
di cui, per opera del fellon, novella
pensai che non avessi ad udir mai. –
Zerbino ascolta Almonio e non favella,
fermando gli occhi in Odorico assai;
non sì per odio, come che gl’incresce
ch’a sì mal fin tanta amicizia gli esce.

29
Finito ch’ebbe Almonio il suo sermone,
Zerbin riman gran pezzo sbigottito,
che chi d’ogn’altro men n’avea cagione,
sì espressamente il possa aver tradito.
Ma poi che d’una lunga ammirazione
fu, sospirando, finalmente uscito,
al prigion domandò se fosse vero
quel ch’avea di lui detto il cavalliero.

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