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Testo del canto 23 (XXIII) del poema Orlando Furioso

80
Orlando a tradimento gli diè morte:
ben so che non potea farlo altrimente. –
Il conte più non tacque, e gridò forte:
– E tu e qualunque il dice, se ne mente.
Ma quel che cerchi t’è venuto in sorte:
io sono Orlando, e uccisil giustamente;
e questa è quella spada che tu cerchi,
che tua sarà, se con virtù la merchi.

81
Quantunque sia debitamente mia,
tra noi per gentilezza si contenda:
né voglio in questa pugna ch’ella sia
più tua che mia; ma a un arbore s’appenda.
Levala tu liberamente via,
s’avvien che tu m’uccida o che mi prenda. –
Così dicendo, Durindana prese,
e ‘n mezzo il campo a un arbuscel l’appese.

82
Già l’un da l’altro è dipartito lunge,
quanto sarebbe un mezzo tratto d’arco:
già l’uno contra l’altro il destrier punge,
né de le lente redine gli è parco:
già l’uno e l’altro di gran colpo aggiunge
dove per l’elmo la veduta ha varco.
Parveno l’aste, al rompersi, di gielo;
e in mille schegge andar volando al cielo.

83
L’una e l’altra asta è forza che si spezzi;
che non voglion piegarsi i cavallieri,
i cavallier che tornano coi pezzi
che son restati appresso i calci interi.
Quelli, che sempre fur nel ferro avezzi,
or, come duo villan per sdegno fieri
nel partir acque o termini de prati,
fan crudel zuffa di duo pali armati.

84
Non stanno l’aste a quattro colpi salde,
e mancan nel furor di quella pugna.
Di qua e di là si fan l’ire più calde;
né da ferir lor resta altro che pugna.
Schiodano piastre, e straccian maglie e falde,
pur che la man, dove s’aggraffi, giugna.
Non desideri alcun, perché più vaglia,
martel più grave o più dura tanaglia.

85
Come può il Saracin ritrovar sesto
di finir con suo onore il fiero invito?
Pazzia sarebbe il perder tempo in questo,
che nuoce al feritor più ch’al ferito.
Andò alle strette l’uno e l’altro, e presto
il re pagano Orlando ebbe ghermito:
lo strigne al petto; e crede far le prove
che sopra Anteo fe’ già il figliol di Giove.

86
Lo piglia con molto impeto a traverso:
quando lo spinge, e quando a sé lo tira;
ed è ne la gran colera sì immerso,
ch’ove resti la briglia poco mira.
Sta in sé raccolto Orlando, e ne va verso
il suo vantaggio, e alla vittoria aspira:
gli pon la cauta man sopra le ciglia
del cavallo, e cader ne fa la briglia.

87
Il Saracino ogni poter vi mette,
che lo soffoghi, o de l’arcion lo svella:
negli urti il conte ha le ginocchia strette;
né in questa parte vuol piegar né in quella.
Per quel tirar che fa il pagan, costrette
le cingie son d’abandonar la sella.
Orlando è in terra, e a pena sel conosce:
ch’i piedi ha in staffa, e stringe ancor le cosce.

88
Con quel rumor ch’un sacco d’arme cade,
risuona il conte, come il campo tocca.
Il destrier c’ha la testa in libertade,
quello a chi tolto il freno era di bocca,
non più mirando i boschi che le strade,
con ruinoso corso si trabocca,
spinto di qua e di là dal timor cieco;
e Mandricardo se ne porta seco.

89
Doralice che vede la sua guida
uscir dal campo e torlesi d’appresso,
e mal restarne senza si confida,
dietro, correndo, il suo ronzin gli ha messo.
Il pagan per orgoglio al destrier grida,
e con mani e con piedi il batte spesso;
e, come non sia bestia, lo minaccia
perché si fermi, e tuttavia più il caccia.

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