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Testo del canto 23 (XXIII) del poema Orlando Furioso

50
E lacrimando al ciel leva le mani,
che ‘l figliuol non sarà senza vendetta.
Fa circundar l’albergo ai terrazzani;
che tutto ‘l popul s’è levato in fretta.
Zerbin che gli nimici aver lontani
si crede, e questa ingiuria non aspetta,
dal conte Anselmo, che si chiama offeso
tanto da lui, nel primo sonno è preso;

51
e quella notte in tenebrosa parte
incatenato, e in gravi ceppi messo.
Il sole ancor non ha le luci sparte,
che l’ingiusto supplicio è già commesso;
che nel loco medesimo si squarte,
dove fu il mal c’hanno imputato ad esso.
Altra esamina in ciò non si facea:
bastava che ‘l signor così credea.

52
Poi che l’altro matin la bella Aurora
l’aer seren fe’ bianco e rosso e giallo,
tutto ‘l popul gridando: – Mora, mora, –
vien per punir Zerbin del non suo fallo.
Lo sciocco vulgo l’accompagna fuora,
senz’ordine, chi a piede e chi a cavallo,
e ‘l cavallier di Scozia a capo chino
ne vien legato in s’un piccol ronzino.

53
Ma Dio, che spesso gl’innocenti aiuta,
né lascia mai ch’in sua bontà si fida,
tal difesa gli avea già proveduta,
che non v’è dubbio più ch’oggi s’uccida.
Quivi Orlando arrivò, la cui venuta
alla via del suo scampo gli fu guida.
Orlando giù nel pian vide la gente
che trae a morte il cavallier dolente.

54
Era con lui quella fanciulla, quella
che ritrovò ne la selvaggia grotta,
del re galego la figlia lssabella,
in poter già de’ malandrin condotta,
poi che lasciato avea ne la procella
del truculento mar la nave rotta:
quella che più vicino al core avea
questo Zerbin, che l’alma onde vivea.

55
Orlando se l’avea fatta compagna,
poi che de la caverna la riscosse.
Quando costei li vide alla campagna,
domandò Orlando, chi la turba fosse.
– Non so, – diss’egli; e poi su la montagna
lasciolla, e verso il pian ratto si mosse.
Guardò Zerbino, ed alla vista prima
lo giudicò baron di molta stima.

56
E fattosegli appresso, domandollo
per che cagione e dove il menin preso.
Levò il dolente cavalliero il collo,
e meglio avendo il paladino inteso,
rispose il vero; e così ben narrollo,
che meritò dal conte esser difeso.
Bene avea il conte alle parole scorto
ch’era innocente, e che moriva a torto.

57
E poi che ‘ntese che commesso questo
era dal conte Anselmo d’Altariva,
fu certo ch’era torto manifesto;
ch’altro da quel fellon mai non deriva.
Ed oltre a ciò, l’uno era all’altro infesto
per l’antiquissimo odio che bolliva
tra il sangue di Maganza e di Chiarmonte;
e tra lor eran morti e danni ed onte.

58
– Slegate il cavallier (gridò), canaglia,
(il conte a’ masnadieri), o ch’io v’uccido. –
– Chi è costui che sì gran colpi taglia?
(rispose un che parer volle il più fido).
Se di cera noi fussimo o di paglia,
e di fuoco egli, assai fôra quel grido. –
E venne contra il paladin di Francia:
Orlando contra lui chinò la lancia.

59
La lucente armatura il Maganzese,
che levata la notte avea a Zerbino,
e postasela indosso, non difese
contro l’aspro incontrar del paladino.
Sopra la destra guancia il ferro prese:
l’elmo non passò già, perch’era fino;
ma tanto fu de la percossa il crollo,
che la vita gli tolse e roppe il collo.

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