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Testo del canto 23 (XXIII) del poema Orlando Furioso

Parafrasi del canto XXIII del poema Orlando Furioso

1
Studisi ognun giovare altrui; che rade
volte il ben far senza il suo premio fia:
e se pur senza, almen non te ne accade
morte né danno né ignominia ria.
Chi nuoce altrui, tardi o per tempo cade
il debito a scontar, che non s’oblia.
Dice il proverbio, ch’a trovar si vanno
gli uomini spesso, e i monti fermi stanno.

2
Or vedi quel ch’a Pinabello avviene
per essersi portato iniquamente:
è giunto in somma alle dovute pene,
dovute e giuste alla sua ingiusta mente.
E Dio, che le più volte non sostiene
veder patire a torto uno innocente,
salvò la donna; e salverà ciascuno
che d’ogni fellonia viva digiuno.

3
Credette Pinabel questa donzella
già d’aver morta, e colà giù sepulta;
né la pensava mai veder, non ch’ella
gli avesse a tor degli error suoi la multa.
Né il ritrovarsi in mezzo le castella
del padre, in alcun util gli risulta.
Quivi Altaripa era tra monti fieri
vicina al tenitorio di Pontieri.

4
Tenea quell’Altaripa il vecchio conte
Anselmo, di ch’uscì questo malvagio,
che, per fuggir la man di Chiaramonte,
d’amici e di soccorso ebbe disagio.
La donna al traditore a piè d’un monte
tolse l’indegna vita a suo grande agio;
che d’altro aiuto quel non si provede,
che d’alti gridi e di chiamar mercede.

5
Morto ch’ella ebbe il falso cavalliero
che lei voluto avea già porre a morte,
volse tornare ove lasciò Ruggiero;
ma non lo consentì sua dura sorte,
che la fe’ traviar per un sentiero
che la portò dov’era spesso e forte,
dove più strano e più solingo il bosco,
lasciando il sol già il mondo all’aer fosco.

6
Né sappiendo ella ove potersi altrove
la notte riparar, si fermò quivi
sotto le frasche in su l’erbette nuove,
parte dormendo, fin che ‘l giorno arrivi,
parte mirando ora Saturno or Giove,
Venere e Marte e gli altri erranti divi;
ma sempre, o vegli o dorma, con la mente
contemplando Ruggier come presente.

7
Spesso di cor profondo ella sospira,
di pentimento e di dolor compunta,
ch’abbia in lei, più ch’amor, potuto l’ira.
– L’ira (dicea) m’ha dal mio amor disgiunta:
almen ci avessi io posta alcuna mira,
poi ch’avea pur la mala impresa assunta,
di saper ritornar donde io veniva;
che ben fui d’occhi e di memoria priva. –

8
Queste ed altre parole ella non tacque,
e molto più ne ragionò col core.
Il vento intanto di sospiri, e l’acque
di pianto facean pioggia di dolore.
Dopo una lunga aspettazion pur nacque
in oriente il disiato albore:
ed ella prese il suo destrier ch’intorno
giva pascendo, ed andò contra il giorno.

9
Né molto andò, che si trovò all’uscita
del bosco, ove pur dianzi era il palagio,
là dove molti dì l’avea schernita
con tanto error l’incantator malvagio.
Ritrovò quivi Astolfo, che fornita
la briglia all’ippogrifo avea a grande agio,
e stava in gran pensier di Rabicano,
per non sapere a chi lasciarlo in mano.

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